Le campane di Murdoch

, di Giorgio Anselmi

Le campane di Murdoch

«Anche Dio ha bisogno che gli suonino le campane», disse una volta Winston Churchill. Indubbiamente, la necessità di far conoscere idee, fatti o prodotti è aumentata di pari passo con la crescente interdipendenza degli uomini nel corso del tempo. Tanto che si è arrivati a definire l’attuale come la società della comunicazione. Stando così le cose, ogni potere, ed il potere politico in particolare, fin dalle epoche più remote ha sempre tentato di magnificare i propri successi e di nascondere le proprie malefatte. Elementare, Watson. Non c’è nemmeno bisogno di scomodare Machiavelli, che osservava come «a uno principe, adunque, non è necessario avere tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle (...), perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa.»

Con la nascita dei regimi liberali e poi democratici la ricerca del consenso, espresso attraverso il voto, è divenuta un obiettivo obbligato e costante di tutti i partiti e di tutti i leader. Fino a trasformarsi in patologico assillo di chi governa seguendo le ondivaghe opinioni popolari attraverso sondaggi ormai quotidiani. Parallelamente l’evoluzione tecnologica ha messo a disposizione strumenti di comunicazione sempre più efficaci e pervasivi: dai giornali si è passati prima alla radio, poi alla televisione ed infine ai cosiddetti internet media o new media. La loro concentrazione in una o poche mani è apparsa come un pericolo mortale per una società libera ed aperta fin da quando esisteva quasi solo la carta stampata. Ne è una illustrazione il celeberrimo film di Orson Welles Quarto potere.

Ebbene, l’impero mediatico creato da Rupert Murdoch nei cinque continenti farebbe apparire oggi Citizen Kane come un editore di bollettini parrocchiali. Non ci interessa qui soffermarci sulle dimensioni di tale impero. Né ricordare le posizioni politiche ed ideologiche di quello che è universalmente noto come lo Squalo: l’accesa eurofobia, l’esaltazione del liberismo senza regole e senza vincoli, il sostegno alle campagne militari di George W. Bush, per citarne solo alcune. E’ lo scandalo scoppiato in Inghilterra nel corso dell’estate che può offrire ai federalisti motivo di riflessione. I fatti si possono riassumere in qualche riga: tutto è iniziato con la denuncia di intercettazioni illegali compiute dai giornali del gruppo, in particolare da News of the World; si è scoperto poi che tali pratiche erano note o addirittura avallate da Scotland Yard; infine si è alzato il velo sui rapporti tra il potere politico ed il gruppo del magnate australiano.

Che tali rapporti esistessero non era affatto un mistero. Fin da quando il Nostro, fervido sostenitore della Thatcher e di Reagan, aveva abbandonato al suo destino l’incolore John Major, accusato di essere troppo tiepido in fatto di euroscetticismo, e aveva favorito l’ascesa di Tony Blair. Naturalmente dopo che questi aveva fatto compiere una rivoluzione quasi copernicana al suo partito, rendendolo attento alle sirene liberiste o, nella versione più malevola, prono ai voleri della City. Il New Labour appunto. Nei 12 anni a guida laburista i giornali di Murdoch non di rado hanno fissato i paletti entro cui poteva muoversi lo stesso governo. Per esempio hanno dissuaso Blair dal convocare quel referendum sull’adesione inglese all’euro che pur aveva promesso.

Finita tristemente sotto i colpi della crisi l’esperienza laburista, l’ascesa dei conservatori è stata non solo propiziata, ma si potrebbe dire sponsorizzata dalla News Corporation di Murdoch. Spiando illegalmente il premier laburista Gordon Brown e la sua famiglia, coprendo le non proprio commendevoli avventure giovanili del futuro cancelliere dello scacchiere George Osborne, ma soprattutto piazzando un proprio uomo, Andy Coulson, nel sancta sanctorum del nuovo gruppo dirigente tory.

Le rivelazioni di questa estate hanno costretto Murdoch a compiere qualche passo indietro. Ma il problema resta. Non è solo la finanza ad aver assunto dimensioni inconciliabili con i confini e le regole degli Stati. Anche la comunicazione, favorita dal fatto che la crescente conoscenza della lingua inglese crea bacini d’utenza di miliardi di cittadini, può essere dominata e asservita alle logiche di uno o di pochi gruppi mediatici. Se i denti dello Squalo sono riusciti a ferire le istituzioni della più antica democrazia del mondo, c’è davvero di che preoccuparsi.

Immagine: Rupert Murdoch. Fonte: Flickr

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Tuoi commenti

  • su 4 ottobre 2011 a 21:16, di Elena Quidello In risposta a: Le campane di Murdoch

    E’ davvero difficile pensare che la guerra della comunicazione abbia dei vincitori. In questa lotta per la conquista del poterre mediatico alla fine si finisce per perdere: I veli prima o poi vengono sollevati e le verità scomode, facendo il giro del mondo in pochi istanti, proprio grazie a quegli ’strumenti di comunicazione sempre più efficaci’,finiscono col distruggere l’immagine del ’principe’ che pareva mostrare qualità senza in realtà averne alcuna. Tuttavia la mia impressione è che gli scandali che ormai proliferano su ogni pagina di giornale e TV, dopo il primo clamore vengono presto dimenticati e i personaggi che pur cadono some soldatini abbattuti in un tiro a segno, se scompaiono dalla scena mondiale, continuino forse, non visti, a tirare le redini del mondo con un occulto potere mediatico . Insomma, sono suonate davvero le campane per Murdoch? Elena Quidello

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