Un manifesto per riprenderci l’Europa

Palestina e Ucraina siano per l’Europa un, doloroso, risveglio

, di Davide Emanuele Iannace

Un manifesto per riprenderci l'Europa

Chi ci segue, sa perfettamente quali sono le idee di fondo che tengono unita questa redazione, e il filo rosso che seguiamo - a tratti alterni, con la nostra velocità peculiare - sui diversi conflitti che esplodono, si susseguono o che non si estinguono - nelle diverse parti del pianeta. Siamo federalisti, democratici, sicuramente europeisti convinti, sostenitori che il futuro ci appartenga - come generazione, ma anche come razza umana. Un futuro, questo, che si fa sempre più difficile da leggere, da visionare, e sicuramente da sentire. E quindi. Che fare?

Il nostro spinoso mondo

Settembre è, da sempre, un mese di particolari inizi, un vero e proprio slancio verso il nuovo ciclo, quasi un capodanno ante-litteram. Settembre, quest’anno, porta con sé un vento fatto di pensieri tetri e sicuramente di problematiche asfissianti. Da un lato, i due conflitti che non accennano a terminare: l’invasione russa e il genocidio palestinese. D’altro canto, il mondo si avvia sempre di più ad una fase di caotico multipolarismo. La grande parata cinese, che si mormora sia costata 5 miliardi, ha assunto la forma di un grande schiaffo a quella fallimentare del precedente 4 luglio americano, un segnale della forza di Pechino in termini di innovazione, armamenti a disposizione, della sua rete di alleanze sempre più larga - vuoi per paura, vuoi per vicinanza ideale. Taiwan inizia a fare i conti con la reale possibilità di una invasione, nodo cruciale di un mondo iper-tecnologico che sta mostrando tutte le sue debolezze. L’India si ritrova al bivio, tagliata da un lato dalle feroci tariffe trumpiane, dall’altro da un vicino - proprio la Cina - i cui rapporti hanno sempre avuto delle noti dolorose e complicate. Il Sud Est Asiatico si ritrova nel mezzo tra i due giganti da più di un miliardo di abitanti l’uno.

Se da un lato poi l’Africa da segno di star trovando una sua forza unitaria - in regimi non sempre democratici né tanto meno amichevoli tra di loro, in mezzo cui si infiltrano le lunghe mani di compagnie cinesi e mercenari russi -, il Sud America con le navi di guerra americane appena nel Golfo del Messico ritrova una sua instabilità potenziale. Il mondo è nel suo zenit caotico. L’Ucraina e la Palestina rappresentano due altre aree di enorme caos.

La Palestina è teatro di un genocidio. Lo si è già detto, affermato, e sembra quasi che questa parola susciti a malapena qualche reazione. Certo, il XXI secolo ha già visto sistematici massacri, dislocamenti coercitivi della popolazione e carestia - citiamo il Sudan, il Myanmar, per dirne un paio di aree di mondo dove si combatte ancora oggi. E, qualcuno direbbe, verso quei conflitti l’attenzione è sempre stata poca. E questo è stato un peccato capitale. Di tutti. In un mondo in fiamme, ci si è guardati bene dall’allontanarsi troppo dai giardini floridi, nemmeno più tanti, del Mare Nostrum. Ora la Palestina, terra complessa dove da ottanta anni si perpetuano schemi di violenza e di terrorismo, statale e parastatale, si ritrova di nuovo al centro dell’attezione, con un atto genocidiario lanciato da un governo che se non nazista, si vuole candidare come tale. Iniziative come la Global Freedom Flottilla fanno onore a chi le vive e le perpetua, ai politici e alle persone comuni che lo appoggiano. Ma, eccetto poche voci di governi - quali la Spagna e ora il Belgio - l’assordante silenzio delle istituzioni, che dicono poco, troppo poco, ci deve spingere a una profonda riflessione.

Come detto prima, è vero che ciò che accade ora alle porte di Gerusalemme non è qualcosa di strettamente nuovo. È vero che il silenzio che le istituzioni hanno portato sui conflitti africani, sulla crisi in Sudan, in Myanmar e in tante altre parti del mondo, è colpevole. È vero che l’Europa non è il poliziotto del mondo, e nemmeno gli USA, così come non lo sono la Cina o la Russia o nessuna potenza o quasi-potenza globale. Però, come si suol dire, e che cazzo.

Istituzioni silenziose

Il silenzio, colpevole e complice, delle istituzioni europee, ci fa non disonore, ma ci rende favorevolmente complici e compromessi, moralmente ed eticamente, tanto con la Storia che con il nostro stesso futuro. L’Europa che è sorta dalle ceneri della Resistenza si fa scudo con un silenzio che ci rende non dissimili dai tanti cittadini degli attuali stati-nazione europei che la notte chiudevano le tende davanti le SS che rapivano gli ebrei e gli indesiderati. Questo scudo ci rende complici del genocida. Non si chiede di rispondere alla violenza israeliana con un’altrettanto feroce violenza, né con l’anti-semitismo. Ma il silenzio, in questo caso, è complice ed è odio. Le parole dette sono, ad oggi, poche e scarse, e rappresentano la pietra tombale sul progetto europeo, che si ritrova colpito a più lati da crisi a cui gli Stati europei non sanno rispondere e l’Unione Europea non ha il coraggio di rispondere.

La crisi umanitaria in Palestina è solo una. L’Unione Europea avrebbe tutte le basi per denunciare i propri accordi commerciali con Tel Aviv, o ancora, ha la possibilità di escludere - come è stato fatto con la Russia - attori, sportivi, cantanti. Lo si dice con in mano il cappello e con gli occhi bassi, perché punire un popolo per gli errori di un governante non è mai giusto. E tanti sono gli israeliani anche che dicono no. Così come quelli che dicono si. Ed ad oggi, il sì sta vincendo. E la violenza sta vincendo e, come stato, Israele non si sta comportando diversamente da un Hamas o da un ISIS qualsiasi.

Il silenzio europeo è il simbolo di una mancanza, radicale, di coraggio politico. Di quel più che serve ad una istituzione prettamente burocratica per essere qualcosa di più, quello di cui oggi si avrebbe bisogno. Le parole di Draghi, di Letta, dei loro rapporti, dei tanti che cercano di parlare di Europa per gli europei e per il futuro, parlano di politica. Politica che non sono le magre azioni della Commissione Von Der Leyen, colpevole di una inattività cronica. Ne siamo stati testimoni nelle negoziazioni con gli Stati Uniti di un altro fanatico, Donald Trump, e del suo entourage di figure e figuranti che si troverebbero benissimo in un racconto dell’orrore, nella parte dei mostri. Perché qualunque governo sia composto da persone che supportano l’idea di prendere persone, deportarle, sbatterle in prigioni sporche, rispondere con violenza a qualsiasi tentativo democratico di opposizione, pieni di avidità e di odio, sono difficilmente categorizzabili come umani, poi tocca ammettere che l’uomo è l’opposto della santità, e i conti tristemente tornano. Il punto saliente è che il silenzio europeo anche in opposizione al mondo trumpiano è eloquente della mancanza, di questa parodica politica europea, di visione. O forse c’è una visione, ed è tetra.

Il silenzio europeo è eloquente anche sulla questione ucraina. Abbiamo rifornito di armi gli ucraini, abbiamo fornito addestramento, mezzi, munizioni. Una guerra è fatta però di obiettivi, di pianificazione, di mezzi. Cosa vogliamo? Cosa si vuole ottenere? Si vuole ottenere una tregua, si vuole ottenere un semplice disturbo alla Russia, si vuole ottenere una pace reale, un ritorno al pre-2014? Qualsiasi sia lo scopo, ci vuole, di nuovo, una visione. Ci vuole una riflessione su come ci si voglia piazzare sulle famose, temute, scacchiere internazionali. Oggi, questo posizionamento all’Europa manca.

Si denuncia che manchi una politica industriale e che manchi una politica di difesa, ma entrambe hanno bisogno di una domanda fondamentale: che cosa si vuole ottenere? Senza una risposta, lo strumento è cieco e monco. Se non si sa dove si vuole andare, nessuna auto può portarci da nessuna parte. E queste domande sono di tipo politico, non burocratico, né accademiche. Sono scelte puramente politiche. Condivisibili o meno, sono scelte. Si può scegliere di essere dalla parte dell’aggressore, ed è una scelta - infame, secondo lo scrivente.

Se quindi si è silenziosi verso l’esterno, e questo è di per sé grave, perché minaccia tutta la progettualità che da Ventotene in poi si è provato a disegnare, nella realtà l’Unione è estremamente silenziosa anche verso sé stessa. Come se, non parlando nemmeno dei suoi problemi interni, questi potessero magicamente sparire. O, se ne parla, lo fa fuori dal consesso democratico, all’interno delle stanze degli emendamenti e dei regolamenti.

L’Europa è un continente decadente. Si, il nostro PIL pro capite è alto. Siamo un continente verde, siamo felici e sereni nel non avere gigantesche miniere di terre rare come in Africa, siamo felici e contenti di aver rinunciato all’industria a favore di un import sfrenato e inquinante. Ma nel frattempo, siamo felici nel nostro piccolo mondo verde.

E siamo un continente decadente. Gli indici di natalità stanno crollando. Le prospettive di lavoro e pensione delle nuove generazioni sono finite in un profondo baratro. La nostra capacità, sociale, di accoglienza delle generazioni di immigrati - prima, seconda, se non terza - è stata affossata dalle campagne a corto tiro di una destra estrema che vive di slogan e di battaglie brevi. Strategia, depressivamente, funzionante.

Una questione di cosa

In questo quadro deprimente, in cui la luce sembra tremendamente poca, è ora di chiedersi: quali soluzioni immaginare per il futuro? Ci sono un paio di punti che bisogna affrontare, ora e non domani, non dopodomani. Forse andavano affrontati ieri.

Il primo punto è sulla situazione geopolitica internazionale. C’è bisogno di un posizionamento. Come federalisti, sappiamo che questo posizionamento non potrà mai essere a favore degli imperi, che siano quello americano, russo o cinese. Non potrà mai essere a favore degli invasori, quindi non può nemmeno essere filo-israeliano.

Sulla Palestina, l’unica cosa da dire non è semplicemente “Basta genocidio”, ma è “Fermiamo il genocidio”. Il diritto internazionale su come affrontare crisi di questo livello è chiaro. Nessuno vuole mandare un contingente armato a Gaza, ma il riconoscimento della Palestina, il supporto verso le istituzioni internazionali quali l’ONU e le loro decisioni nel condannare e sanzionare Israele, la rottura dei rapporti commerciali, e di scambio tecnologico e anche culturale, con Israele, non sono atti di “anti-semitismo”. Sono un tentativo di pressione su una nazione che ha subito un attentato e ha replicato con un tentato sterminio. La scala qui è al là di ogni legittima richiesta di sicurezza.

Sulla questione Russia e Ucraina, bisogna scegliere da che parte stare e che obiettivo darsi. Si vuole difendere l’Ucraina, cosa che sosteniamo da sempre? Bisogna impegnarsi per farlo. Bisogna impegnarsi però sia con i mezzi della diplomazia che con la pressione, che vuol dire anche pagare un prezzo - in attacchi cyber, in prezzo del gas, in conseguenze politiche. Ma abbiamo visto cosa vuol dire fare appeasement con dittatori come Putin e genocidari come Netanyahu e i suoi soci. Non si prenderanno mai solo il dito, verranno per il braccio, la spalla, il collo, il cuore.

Perché ci serve una Europa federale

E qui arriviamo al grande punto. Qualsiasi scelta prenderemo, sarà una scelta che dovremo pagare. Ma una cosa è che a pagare sia uno stato oggettivamente reso minore dalla scala del mondo, come l’italia. Una cosa è se sia i costi che i benefici si diffondono in maniera equa tra ventisette stati parte di una vera federazione. La ricerca di soluzioni comuni, che vuol dire costi e benefici comuni anche, è il passo che serve se si vuole ridare all’Europa un voce che sia davvero sua, davvero unica. E si vuole sperare, anche davvero positiva per il mondo.

Guardiamo alla questione palestinese. Una grande iniziativa di cittadini, esseri umani, che senza bandiere e senza nazioni, hanno cercato di forzare il blocco di uno stato che illegalmente sta isolando un territorio per affamare e massacrare la sua popolazione, è stata illegalmente bloccata dalle forze armate israeliane. Ora, una risposta unica dovrebbe essere: rilasciate, con le loro navi, e fateli procedere. E questa risposta andrebbe rinforzata con le navi schierate in difesa non solo dei cittadini europei, ma di quel diritto internazionale che abbiamo sia creato che, oramai macellato. Ma la risposta non può essere mai nazionale. Deve essere europea, deve essere unica, senza distinzione tra Francia, Germania, Italia. Un blocco comune che richiede, a gran voce, una azione comune.

E ci vuole la forza europea perché, in questo mondo dove abbiamo abbandonato la parvenza di ordine globale post-seconda guerra mondiale, è la forza che deve essere schierata affinché l’ordine torni a prevalere. I coloni israeliani non si fermeranno con le buone intenzioni. La Russia imperialista non si fermerà dinanzi buone parole.

Ci vuole una forza, e uno strumento europeo comune per utilizzarla, se si vuole ottenere qualcosa. Il cosa è semplice: In entrambi i casi, la ritirata dell’aggressore. E se vogliamo essere pragmatici, una serie di vantaggi per l’Unione. La sicurezza del fianco est è la prima. Il porsi in Medio Oriente come attore stabile e di stabilizzazione è una seconda. Non caleremo ora in questi dettagli, che sono per un altro pezzo. Oggi vogliamo soltanto dire che l’azione è da compiere, ed è da compiere su un piano federale, unico, univoco. Ed è da fare ora, non domani né dopodomani. Era da fare ieri, per l’esattezza, ma si era presi dai sensi di colpa per accorgersi di un genocidio nel Mare Nostrum. È già tardi per molti, ma non è tardi per tutti. Non è tardi ancora per l’Ucraina, non è tardi ancora per Gaza. C’è ancora il tempo di fare propria la Storia e di non abbandonarsi all’apatia che, in fondo, non è altro che mal celata complicità con l’aggressore.

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