Un Green New Deal per la nuova legislatura europea

, di Alberto Majocchi

Un Green New Deal per la nuova legislatura europea

Nella nuova legislatura del Parlamento europeo una priorità è certamente rappresentata dall’esigenza di mettere a punto un’agenda per gestire gli interventi strutturali necessari per uno sviluppo sostenibile dell’economia europea, in particolare per far fronte al problema drammatico dei cambiamenti climatici. Non è un caso che, dopo il notevole successo dei Fridays for Future promossi da Greta Thunberg, il gruppo dei Verdi si sia affermato nelle recenti elezioni in molti paesi europei, e sia quindi in grado di condizionare fortemente il programma di lavoro della nuova Commissione e del nuovo Parlamento.

Si tratta di stabilire con chiarezza gli obiettivi di un Green New Deal, di cui ormai si discute apertamente nel dibattito politico. È evidente che, in primo luogo, si tratta di affrontare il problema sempre più incombente di limitare le emissioni di CO2. Gli accordi di Parigi del 2015 sono stati importanti in quanto hanno coinvolto 195 paesi, che si sono impegnati a fissare programmi nazionali di limitazioni delle emissioni compatibili con il mantenimento dell’incremento della temperatura ben al di sotto di 2°C. Tuttavia, questi accordi presentano gravi limiti in quanto, al di là dell’inadeguatezza dei programmi nazionali presentati rispetto alla possibilità di conseguire l’obiettivo fissato, rimangono scarse le risorse disponibili, sia per aiutare i paesi meno sviluppati sia per finanziare la transizione nelle aree ricche del mondo.

Dopo l’intervento del Presidente Emmanuel Macron alla Sorbona del settembre 2017 si è diffusa l’idea che anche in Europa sia necessario accompagnare gli strumenti di mercato, come i permessi negoziabili di inquinamento, con strumenti fiscali. In particolare con un carbon pricing commisurato alla quantità di carbonio incorporata nei combustibili fossili, che preveda anche un’imposizione di pari ammontare alla frontiera sulle merci importate, in modo da gravare sul carbon footprint inclusivo delle emissioni relative alle merci provenienti da paesi che non prevedano un prezzo per il carbonio.

Il prezzo suggerito da Macron era di €25-30 per tCO2. Ma un rapporto della High-Level Commission on Carbon Prices guidata da Joseph Stiglitz e Nicholas Stern aveva già sottolineato la necessità di passare a un prezzo compreso fra 40 e 80 dollari nel 2020 a 50-100 dollari nel 2030. Recentemente, il rapporto della Commissione presieduta da Alain Quinet (La valeur de l’action pour le climat), predisposto per conto del governo francese, prevede che si debba raggiungere nel 2030 un livello pari a €250 per tCO2. E questi valori, in effetti, appaiono coerenti con l’indicazione prevalente in letteratura, che suggerisce di fissare un prezzo pari al danno marginale provocato dall’inquinamento. Nel caso dei cambiamenti climatici, uno studio recente di scienziati dell’Università di Stanford valuta questo danno marginale pari a 220 dollari.

Ma quanto successo in Francia dopo la decisione del governo di introdurre un limitato aumento dell’imposizione energetica, con la rivolta dei gilets jaunes, ha mostrato che la strategia da mettere in atto deve risultare più articolata. In realtà, è necessario che il prezzo imposto sulle emissioni debba essere sufficientemente elevato, per dare un segnale al mercato che si intende procedere con determinazione verso un superamento dell’uso di combustibili fossili, e che questo prezzo venga poi gradualmente aumentato fino a raggiungere il livello fissato come obiettivo, in modo da consentire gli aggiustamenti resi necessari dal più elevato costo dell’energia. Ma, al contempo, con il carbon dividend si dovranno perseguire altri due obiettivi importanti: garantire l’equità sociale e sostenere la transizione ecologica.

Per raggiungere questo insieme di obiettivi il carbon pricing (su questo tema un comitato internazionale ha depositato un’Iniziativa dei Cittadini Europei, che è in attesa del parere di ammissibilità da parte della Commissione) deve essere inquadrato in un progetto più ampio di riforma fiscale, che investa sia il lato delle entrate sia quello della spesa. La manovra deve essere impostata in primo luogo sulla base del principio della revenue neutrality, in quanto le entrate dovranno essere riciclate nell’economia, anche per evitare un impatto macroeconomico negativo. Ma da questo principio seguono altresì innovazioni importanti nella struttura fiscale europea.

Dal lato delle entrate, il carbon dividend derivante dall’aumento del prezzo dei combustibili fossili dovrà essere destinato a una riduzione del prelievo sui redditi più bassi, e in particolare sui redditi da lavoro, al fine di compensare il maggior onere che grava sulle famiglie più povere e garantire l’equità sociale della manovra. Nel contempo, dovrà essere utilizzato per avviare il processo di una transizione virtuosa della struttura economica verso l’obiettivo di un’economia carbon free.

Questo processo è impegnativo e costoso. Per conseguire l’obiettivo di uno sviluppo europeo sostenibile, nel quadro di un’economia globalizzata, si dovranno in primo luogo ridurre i consistenti sussidi ai combustibili fossili, ma anche introdurre riduzioni di imposta per le famiglie e le imprese che avviano programmi di efficientamento energetico (riconversione delle strutture edilizie per risparmio energetico, sfruttamento dell’energia solare, utilizzo di mezzi di mobilità sostenibile), sostenere gli investimenti necessari per la creazione di infrastrutture adeguate (trasporti pubblici eco-compatibili e a basso costo, rinnovamento della struttura urbana, rilocalizzazione delle attività produttive al fine di ridurre i costi dei movimenti casa-lavoro), finanziare programmi di ricerca e sviluppo finalizzati a garantire il passaggio dal fossile all’energia rinnovabile in tempi brevi e con costi sopportabili, senza incidere negativamente sui processi di crescita e sul livello di benessere della popolazione. Poi, progressivamente, in parallelo all’imposizione di un prezzo sul carbonio, si potranno anche ridurre i sussidi alle rinnovabili, già incentivate dall’aggravio di prezzo che inciderà sui combustibili fossili.

Il Green New Deal, che investirà tutti i livelli di governo a partire dal livello europeo, dovrà rappresentare il fulcro del programma della nuova Commissione e del nuovo Parlamento, sfruttando il carbon dividend non soltanto per fornire nuove risorse al bilancio europeo – in particolare, grazie al gettito del diritto prelevato sulle importazioni, che rappresenta già una risorsa propria –, ma anche per avviare una profonda riforma della struttura della finanza pubblica europea che accompagni le trasformazioni strutturali destinate ad avviare l’economia europea sul sentiero di uno sviluppo sostenibile e di una più forte capacità di competere sul mercato mondiale.

Commento pubblicato dal Centro Studi sul Federalismo (CSF).

Fonte immagine: Needpix.

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