Tredici PESCO per l’Europa

Dove si è arrivati fin’ora

, di Davide Emanuele Iannace

Tredici PESCO per l'Europa

Dei progetti PESCO abbiamo già parlato in passato, in particolare in questo articolo. Si è affrontato anche in generale il problema della difesa comune europea e delle sue possibili applicazioni pratiche, come negli articoli di Domenico Moro e di Michele Ballerin.

La difesa è ovviamente un tema molto caro a qualunque studioso e sostenitore dell’idea federale. Abbiamo già ampiamente spiegato perché è necessaria per fondare un vero e proprio stato, e tendenzialmente tutto si può ricondurre all’idea che non esiste uno Stato che non possa gestire, autonomamente, la propria difesa.

Non con l’attuale teoria di cosa sia uno stato, almeno.

Tra la scrittura dei citati articoli ad oggi diversi eventi sono accaduti. Il 2019 non è stato un anno tranquillo, ma ha dipinto un diverso quadro geopolitico contemporaneo. Gli attacchi condotti nel Mar Rosso contro l’Arabia Saudita; la “ritirata” di Trump dalla zona curda in Siria per favorire, praticamente, un assalto turco; la morte di Al-Baghdadi e del suo vice, hanno sicuramente cambiato le carte in tavola. Se aggiungiamo poi al quadro complessivo le esperienze in Sud America e Libano e l’evoluzione delle mosse russo-cinesi in Africa (e al di fuori), il mondo è sicuramente in una fase di fermento, dagli esiti vari.

Più il mondo cambia, più per gli organismi politici e non che lo abitano diventa necessario, più che mai, evolversi ed adattarsi ad esso. L’Unione Europea non può far eccezione, ovviamente. Al contrario, come organismo praticamente nuovo, deve cominciare a scegliere seriamente se adattarsi, modificarsi e sopravvivere o rimanere un monolite distante, quindi morire, come tutti gli esseri incapaci di abbracciare il cambiamento.

Sulla difesa non sempre è stato fatto tutto il possibile, anzi, al contrario. I paesi europei, nonostante gli Eurocorps, i battaglioni europei e i primi PESCO, si sono mossi con estrema cautela, fin dal fallimento della CED degli anni ‘50. Recentemente, poi, dopo l’annunciato aumento dei fondi per la difesa comune a 22-23 miliardi di euro nel 2021-2027, vi è stata una dura reazione della Corte dei Conti Europea, che giudica infattibile il sogno di un esercito europeo citando, di volta in volta, non solo la difficile inter-operatività delle forze armate europee, ma la sovrapposizione di ruoli con la NATO, le differenze geopolitiche, la mancata gestione comune dei fondi e la possibilità che questi vengano sprecati.

Poniamo come base che quei 22-23 miliardi sono una spesa davvero irrisoria, di per sé, per il comparto della difesa. Senza strani girotondi, la difesa costa. Costa lo sviluppo, costa la creazione e costa il mantenimento di veicoli di nuova generazione, che vedono dinanzi a sé solo una curva crescente di risorse di cui avranno necessità. È così in Europa, in America, in Cina e in Russia. La continua sfida delle nuove tecnologie costringe a una rincorsa infinita, uno dietro l’altro. Non serve snocciolare molti dati, ma basta prendere il costo per singola unità di un F-35, tra i novanta e i centotré milioni di dollari ad unità, di un F-18, che si aggira intorno ai sessanta, e di un F-16, intorno invece ai diciotto milioni di dollari ad unità. Costante ed in salita, questo è poco ma sicuro, e ci siamo limitati a parlare di una singola categoria di aeromobile, di un singolo modello. Gli esempi sono infiniti. Non si può smettere mai di dire che, di per sé, tali costi a volte arrivano ad essere insostenibili perfino per le grandi nazioni in ascesa, figurarsi quindi quando si parla delle nazioni europee che a malapena rispettano, anzi, non rispettano minimamente, nemmeno gli obblighi NATO della spesa della difesa al 2% (motivo di più di una ferrata critica da parte di alti papaveri statunitensi).

Affermato che 22-23 miliardi di euro sono pochi, questi sicuramente rappresentano un inizio. Un inizio che deve puntare, poco straordinariamente a limare quei difetti che la Corte dei Conti ha messo in risalto. Quelle questioni di inter-operatività tra le forze armate europee è proprio uno dei punti che ha spinto molti paesi ad entrare nei PESCO con idee e progetti e molte di esse a concorrere per il Fondo Comune per la Difesa.

Molti dei tredici nuovi progetti PESCO sono inerenti infatti le capacità belliche, più che nuovi strumenti. Oltre la corvetta europea promossa da Francia e Italia, troviamo infatti l’Integrated European Joint Training and Simulation Centre (EUROSIM), promosso da Ungheria, Francia, Germania, Polonia e Slovenia, la EU Cyber Academia and Innovation HUB portoghese e spagnola, ancora il CBRN (Chemical, Biological, Radiologica, Nuclear) Defense Training Range di Francia, Italia e Romania. Sono solo alcuni dei nuovi progetti, inutile citarli tutti, ma hanno in comune che puntano alla creazione di capacità e di collaborazione. Non nuovi strumenti semplicemente, ma catene di comando, di ordini, di tecniche, condivise tra i paesi membri. Certo, inizialmente sono limitate ai dati dei partecipanti del PESCO in oggetto, ma diventano molto spesso best practices comuni.

La creazione di capacità che siano condivise tra i paesi membri è forse uno dei filoni principali con cui si può generare, da dentro le forze armate, la necessaria spinta ad un esercito comune, che non può essere solo una spinta di natura politica o economica, ma anche sociale. La gradualità, in questo caso, è necessaria. Uno shock esterno non sarebbe per nulla utile a modificare l’approccio operativo e organizzativo delle diverse forze armate, spesso improntate ad essere centrate su loro stesse. I PESCO hanno il vantaggio, insieme al Fondo Comune, di spingere tramite progettualità e anche tramite potere economico, verso diversi punti di convergenza. Sono punti diversificati. Un po’ lì, nel settore medico; un po’ nella progettazione di battelli di piccola stazza; un po’ nella condivisione di regole e procedure in addestramento. Piccoli tasselli, si può dire, che nel loro complesso però spingono verso una seria convergenza multi-livello degli apparati militari.

Gli altri punti che la Corte dei Conti mette in rilievo sono ugualmente molto importanti, e meritano di essere affrontati il prima possibile. Che sia però la gestione dei fondi, che sia la situazione geopolitica, hanno bisogno di un tipo di risposta che può essere solo politica. Si possono investire anche cento miliardi di euro per un esercito comune, ma senza una guida unica, senza degli obiettivi, degli scopi e una struttura che sia europea, sarebbe come davvero gettare monete al vento sperando che diventino un’industria.

La risposta alla sovrapposizione con la NATO merita invece un commento a parte: cosa vuol dire sovrapporsi oggi con la NATO? Alcuni paesi dell’Unione non sono membri NATO, alcuni paesi NATO non sono membri della UE. Allo stesso modo, un paese che è membro di entrambi, la Gran Bretagna, minaccia di lasciare l’UE oramai da fin troppo tempo, pur rimanendo all’interno dell’orbita NATO. Non si possono però miscelare le questioni senza una vera ragione. Usare la NATO come ombrello protettivo ha un senso, fino a un certo punto, fino al momento in cui gli interessi di alcune loro parti cominciano a divergere da quelli collettivi. L’America di Trump ha dimostrato ampiamente, con le sue critiche agli investimenti e i suoi sforzi nel far convergere le forze europee verso acquisti americani, di avere un comportamento in cui la NATO fa da club americano, più che da insieme di nazioni alleate. Forse è sempre stato così, ma la sensazione che oggi sia più marcata come situazione è evidente. La Turchia è un altro esempio di interesse divergente. Di per sé la NATO viene a vivere una condizione molto particolare e non sarà, per forza, il perenne scudo europeo. A volte diventa necessario forgiarsi nuovi strumenti, in particolare in momento di crisi acuta come quelli che viviamo correntemente.

L’Unione si ritrova dinanzi delle sfide molto rilevanti, però i PESCO, il Fondo e gli investimenti che sembrano essere sul tavolo potrebbero essere un incentivo molto importante per cambiare la rotta attuale verso una dimensione, quantomeno tattica e strategica, più convergente. Di certo la creazione di mezzi condivisi, come le corvette europee, droni e diverse strumentazioni sarà utile in tal senso, così come nuove strategie, ma sarà sempre l’atto politico quello finale e necessario affinché tutto ciò non sia una banale collaborazione tra governi.

C’è bisogno, perché ve n’è chiaramente bisogno, che le forze europee si muovano come una forza europea unica, e non come ventisette forze divise. I conflitti asimmetrici del XXI secolo e quelli tradizionali, la sfida delle grandi potenze, dimostrano ampiamente come, per quanto dedita alla pace, l’Europa ha bisogno di muscoli, reattivi, non deboli, né fiacchi né tanto meno scoordinati dalla mente.

Mente che, nemmeno a dirlo, ha bisogno a sua volta di una legittimità che non può non venire dal basso, dalla popolazione europea.

Fonte immagine: EEAS.

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