Sistema scolastico italiano: promosso o bocciato?

, di Arianna Mappelli

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Sistema scolastico italiano: promosso o bocciato?
Foto di WOKANDAPIX da Pixabay

Il sistema scolastico italiano non riesce a soddisfare le necessità degli studenti, che sono sempre meno preparati e pronti per il mondo del lavoro.

Il sistema scolastico italiano è rimasto fermo decenni in una staticità malsana che non fa bene né agli alunni né tantomeno ai docenti. L’arretratezza delle scuole italiane è ben visibile, anche e soprattutto dalle strutture che le ospitano. Quando i genitori durante i colloqui con maestri e professori affermano nostalgici di quanto la scuola sia rimasta la stessa da come la ricordavano loro, non è affatto un bene. Le società cambiano e negli ultimi tempi in modo ancora più rapido, e la scuola sembra non riuscire a stare al passo. Gli edifici scolastici non vanno solo ristrutturati, andrebbero ripensati da zero! Spazi più aperti, che alimentino la socialità fra i ragazzi, che tra i social ed il covid19 si sono chiusi in sé stessi; luoghi più interattivi ed accattivanti che mantengano alta l’attenzione e permettano di imparare senza noia e stress.

Insomma, bisogna ideare un nuovo sistema scolastico partendo dagli edifici fino ad arrivare ai docenti, che sia disegnato in tutto e per tutto sulle esigenze dei ragazzi, perché la scuola è per loro! Se un alunno trova difficoltà nell’apprendere una materia in maniera mnemonica e meccanica, non lo si può biasimare.

Se l’ambiente scolastico è accogliente e stimolante gli alunni saranno portati ad impegnarsi, ed avranno una mente più aperta alle nuove informazioni, che risulteranno essere utili e non solo delle nozioni vecchie quanto le aule in cui si spiegano.

Si vogliono delle persone capaci di capire quello che leggono su un contratto di lavoro o di locazione, un romanzo o una notizia sui giornali? Bisogna insegnare a leggere ma prima di tutto a pensare.

LA DISPERSIONE SCOLASTICA

In Italia il tasso di abbandono scolastico è ancora molto alto per gli standard europei, e purtroppo differenziato lungo tutta la penisola.

Negli ultimi anni sono aumentati i disagi psicologici degli adolescenti: ansia, stress, depressione, autolesionismo e paura del futuro, in un ambiente che non li comprende e li etichetta come pigri.

L’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza ha pubblicato il Documento di studio e proposta “La Dispersione scolastica in Italia: un’analisi multifattoriale”. In esso si possono leggere le maggiori cause di dispersione scolastica, che possono andare dalle situazioni di esclusione sociale e di povertà, dai disagi personali o familiari, fino ai disturbi d’ansia che portano gli studenti ad interrompere il ciclo di studi, e solo in alcuni casi, a riprenderlo successivamente nei CPIA (centri provinciali per l’istruzione degli adulti).

L’abbandono scolastico allontana gli studenti da un luogo protetto, riducendo notevolmente le loro opportunità. Questo aumenta i rischi di disoccupazione, povertà ed esclusione sociale, che influenzerà le generazioni successive creando una spirale di scarsa istruzione e precarietà.

Il fenomeno della dispersione scolastica è complesso e molto articolato, è il risultato di una serie di fattori derivati dai contesti sociali, familiari e di apprendimento che influenzano tale scelta. Per capirne i meccanismi bisogna osservare la vita del bambino nei suoi primi anni di vita e porli in prospettiva, studiarne gli ambienti in cui si muove, le persone con cui interagisce, il loro livello di studio e la loro fiducia nell’istituzione scolastica.

Secondo i dati ISTAT nel 2020 la quota ELET (Early Leavers from Education and Training), ovvero di ragazzi tra i 18 ed i 24 anni non più all’interno del sistema scolastico, è il 13,1%, pari a 543 mila giovani, in leggero calo rispetto all’anno precedente ma comunque tra le cifre più alte in Europa. L’abbandono scolastico coinvolge per lo più gli uomini (15,6%) mentre le donne sono il 10,4%, e si verifica maggiormente nel Mezzogiorno.

ANALFABETISMO MODERNO

Le critiche alle tecniche di insegnamento vengono mosse da quando la scuola pubblica ha preso forma. Se prima uno dei dibattiti più accesi era come divulgare il fiorentino, una varietà di volgare presa per essere il modello della nuova lingua nazionale emergente, oppure come alfabetizzare la gran parte della popolazione italiana che non sapeva ancora né leggere e né scrivere, ad oggi si stanno affrontando tutt’altre forme di analfabetismo.

Uno tra questi è l’analfabetismo funzionale, ovvero un termine definito dal rapporto Piaac-Ocse «la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità».

Secondo un’analisi portata avanti dal PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies), che osserva come gli adulti usano le competenze a lavoro, a casa e nella vita sociale, si vede come gli italiani siano molto indietro rispetto alla media OCSE. Il punteggio medio degli italiani nelle competenze alfabetiche è di 250 punti contro i 273 della media dei 38 paesi presi in esame, e per le competenze matematiche il divario raggiunge i 22 punti.

A livello geografico la differenza tra le aree del nord e quelle del sud è notevole. Infatti, il nord risulta essere in piena linea con la media OCSE, mentre il sud e le isole non riescono a stare al passo.

In Italia, il 28% della popolazione tra i 16 ed i 65 anni è analfabeta funzionale. In Europa, è uno dei dati peggiori seguito solo dalla Turchia.

Un’altra tipologia di analfabetismo è definibile “analfabetismo di ritorno”, cioè chi senza esercizio perde con il tempo le conoscenze alfanumeriche che gli permettono di comprendere e formulare messaggi.

Già presente prima del 2019, con il COVID19 e la didattica a distanza sembra tornare a minacciare le società che, come quella italiana, presentano una situazione già di per sé disastrosa.

ANALFABETISMO FUNZIONALE, UN PROBLEMA NON SOLO ITALIANO

Il sistema scolastico non è l’unico motivo per il quale l’analfabetismo in Italia è così diffuso. Le moderne tecnologie, i nuovi modi di comunicare più veloci ed iconici, i messaggi, le emoji e la televisione.

Le modalità con cui il livello di comprensione sta cambiando sono trasversali, e per questo è un problema non solo italiano, ma anche francese, tedesco, inglese e spagnolo, anche se in numeri inferiori.

Qui verrebbe da chiedersi se questo tempo si possa davvero definire progredito. È progredito un mondo dove la maggior parte della gente (quasi l’80%) non frequenta più i cinema, o il teatro, non legge più il giornale o non apre un libro? È progredita una società che basa la maggior parte delle sue conoscenze sui social e non approfondisce un’informazione, neanche la più basilare e necessaria come quella per andare a votare?

È una contraddizione, che in un paese libero e civile, in cui si potrebbe imparare qualsiasi nozione in pochi minuti, che mette a disposizione libri e conoscenze a qualsiasi persona sia dotata di un cellulare ed internet, siamo meno ambiziosi ed affamati di sapere di quanto lo fossero i nostri antenati durante la seconda rivoluzione industriale.

È vero, le società cambiano, le persone con loro, eppure c’è un aspetto che non dovrebbe cambiare mai: il desiderio di indipendenza e di comprensione delle dinamiche di attualità.

La scuola nell’educare a vivere nel mondo di oggi forse sta fallendo, ma come i ragazzi non sono preparati a ciò che li aspetterà fuori dalle mura scolastiche, non lo erano neanche le generazioni precedenti, che si sono trovate spaesate in un mondo che non capiscono e non hanno intenzione di capire.

Chiusi nella loro bolla c’è qualcuno da fuori che prende le decisioni per loro, ed allora in un paese democratico e libero sono capaci di imbavagliarsi da soli e di vivere passivamente in una società che, per loro scelta, non li prende in considerazione.

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