Perché il congelamento degli asset russi non basta a sostenere l’Ucraina

Cosa si può ancora fare per sostenere, non solo a parola, l’Ucraina

, di Stefano Chiesa

Perché il congelamento degli asset russi non basta a sostenere l'Ucraina

I titoli dei giornali sembrano annunciare una svolta storica: attivando una clausola di emergenza per immobilizzare a tempo indeterminato gli asset russi, l’Unione europea ha aggirato il veto ungherese, promettendo di garantire i fondi necessari per la ricostruzione di Kiev. Sulla carta, sembra un capolavoro di ingegneria istituzionale e una vittoria sull’ostruzionismo di Viktor Orbán. Tuttavia, grattando via la patina trionfalistica dei comunicati stampa, la realtà ci mostra un quadro molto più fragile e preoccupante. Quello che viene venduto come una svolta decisiva, sembra essere un’operazione di facciata pensata per generare grandi titoli, mentre le fondamenta strutturali del supporto all’Ucraina rimangono deboli.

Il primo campanello d’allarme è giuridico. La Commissione europea ha giustificato questa mossa invocando l’Articolo 122 del TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea), che permette misure straordinarie in caso di difficoltà economiche gravi. È una forzatura interpretativa evidente, visto che l’articolo 122 è disegnato per misure di politica economica interna, mentre le sanzioni sono, per definizione, uno strumento di politica estera, tema che richiede l’unanimità sempre e comunque. Utilizzare questa norma per sostenere un prestito a un Paese terzo come l’Ucraina, che tra l’altro non è ancora uno Stato membro, espone la decisione a ricorsi dell’Ungheria presso la Corte di Giustizia dell’UE.

Il secondo problema è finanziario: la narrazione ufficiale suggerisce che gli asset russi congelati possano fungere da collaterale per i prestiti forniti all’Ucraina. C’è però una distinzione sostanziale tra un asset congelato e uno confiscato. Gli asset russi non appartengono all’Unione europea: restano di proprietà della Banca Centrale Russa che non può utilizzarli. L’unico scenario in cui quei titoli potrebbero davvero coprire il rimborso del prestito è quello in cui la Russia, al momento dei negoziati di pace, accetti di pagare risarcimenti di guerra in cambio dello sblocco degli asset. Un’ipotesi plausibile ma azzardata. La realtà è che l’unica cosa veramente garantita da questa operazione sono gli interessi generati da questi asset: circa 10 miliardi di euro negli ultimi tre anni. Una cifra irrisoria se paragonata ai 90 miliardi di prestito che l’Europa sembra voler mobilitare per ricostruire l’Ucraina. Chi coprirà la differenza? Se l’UE vorrà tenere fede alle proprie promesse, dovrà finanziare il prestito con le risorse disponibili a bilancio o, più realisticamente, emettendo ulteriore debito europeo. Emettere debito europeo con l’attuale assetto istituzionale lo rende tendenzialmente più costoso rispetto a quello di uno Stato sovrano, come è già capitato con il Next Generation EU. È importante chiarire un possibile malinteso: è positivo che gli asset russi restino congelati, nessuno vuole restituire quelle risorse a Putin. Pensare però che questo sia sufficiente per sostenere l’Ucraina è un insulto alla resistenza ucraina.

Il punto che ogni federalista dovrebbe sottolineare è che questo escamotage legale è il sintomo della nostra debolezza, non della nostra forza, come sembra volere fare credere qualcuno a Bruxelles. Ricorriamo a scappatoie legali perché manchiamo ancora degli strumenti di uno Stato federale: un’unione fiscale e una capacità di emettere debito federale strutturale. Siamo ancora lontani dal garantire a Kiev il livello di supporto di cui ha disperatamente bisogno e l’Europa si rifiuta di affrontare la realtà: per vincere questa sfida esistenziale servirebbe una vera sovranità europea, con un bilancio federale capace di sostenere lo sforzo bellico e la ricostruzione senza dover temere il ricatto di un singolo governo nazionale.

L’Europa appare forte nei titoli di oggi, ma nella sostanza rimane debole. Dobbiamo fare molto di più, e dobbiamo farlo costruendo istituzioni federali solide.

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