Perché abbiamo perso la speranza?

Il primo di tre approfondimenti sui rischi del futuro e sul dove trovare la speranza

, di Giulio Saputo

Perché abbiamo perso la speranza?

Una fotografia della crisi

Viviamo un tempo così disincantato che è più facile immaginare la fine del mondo che trovare una speranza per lottare e cambiarlo. È vero, le rivoluzioni tecnologiche corrono veloci e le istituzioni faticano a tenere il passo di queste trasformazioni: non riescono a governarle. Dal punto di vista economico il pianeta è sempre più interdipendente, da quello politico è sempre più diviso. Assistiamo a una nuova competizione tra imperi e privati per spartirsi le risorse in esaurimento del pianeta. Poco importa se in questa spirale come umanità rischiamo di autoannientarci in un olocausto nucleare o in una catastrofe ecologica. Come è possibile?

Istituzioni “inette”

Siamo impantanati in un interregno in cui il vecchio modo di vedere il mondo e la politica fondata sull’idea ottocentesca di nazione convive con la necessità di istituzioni planetarie e di pensare l’umanità come soggetto politico. È per questo che oggi le istituzioni non sono in grado di risolvere i problemi di fondo della politica, di garantire, cioè, l’espansione economica e la sicurezza (civile e sociale) delle persone. Come la Germania o gli Stati Uniti, neanche l’ONU o le COP sono in grado di garantire la pace, di risolvere la crisi ecologica, di governare le tecno-oligarchie o di rispondere alla sfida delle crescenti diseguaglianze. Queste istituzioni sono come l’“inetto” della letteratura, vivono una paralisi della volontà: inadeguate a rispondere alle richieste della società, sono incapaci di agire e intrappolate in un’autoanalisi infinita fondata sull’autoassoluzione. Non sono uno strumento per agire, ma uno spettatore passivo della propria esistenza.

L’infocrazia

Siamo bombardati da centinaia di informazioni, ma fatichiamo a distinguerle o a interpretarle. In questa nebbia in cui tutto è diventato un presente ingombrante, è difficile vedere da dove veniamo e dove stiamo andando. Per orientarci, abbiamo sostituito le ideologie e le grandi narrazioni (il cristianesimo, l’occidente, la democrazia, il liberalismo, il socialismo, il paradigma scientifico, ecc.) con gli imperativi di consumo. Per riprenderci degli spazi di identità o per esprimere i nostri valori, acquistiamo prodotti o seguiamo quelle persone che percepiamo come leader capaci di darci risposte o di risolvere tutto e subito.

Oltre il deserto post-ideologico

Se un’azienda non vende più un prodotto ma una storia, allo stesso modo, una parte della politica sfrutta il passaggio dalle Storie allo storytelling: narrazioni a buon mercato che ci offrono bolle di identità e facili capri espiatori di tutti i nostri mali (oggi è l’Europa, domani sono i migranti, ecc.). Non è più importante che queste persone raccontino la verità, facciano davvero gli interessi della collettività o siano coerenti perché, qualunque cosa dicano, i followers li continueranno a seguire. Il populismo in questo senso dà un nuovo spazio di identità, risponde allo spaesamento dato dalla complessità della globalizzazione con una soluzione facile da accettare. Il risultato è una tribalizzazione della società, sempre più individualizzata, divisa e nutrita dalla paura e dall’odio dell’altro nelle echo chambers dei social media. In pratica, prosperano le community e scompaiono le comunità.

Le retrotopie

Vista la precarietà delle nostre vite data dalle rivoluzioni tecnologiche non governate e dalla crisi delle istituzioni e del welfare, ci rifugiamo facilmente in un passato completamente inventato. Intanto, dei privati detengono delle prerogative classiche della sovranità, hanno il monopolio satellitare e dei new media e in modo dispotico custodiscono i nostri dati. Hanno ottenuto una capacità di disciplinamento sociale e di indirizzo dei comportamenti più forte e capillare di qualunque istituzione del passato (Stato, partiti o chiese) potendo potenzialmente seguire orwellianamente una persona in ogni spazio della sua vita.

La Popolocrazia

Se sul piano internazionale la globalizzazione dell’economia ha assottigliato le disuguaglianze tra paesi, la forbice sociale interna agli stati si è allargata. La risposta populista riflette, inoltre, la crisi di identità delle persone incapaci di riorientarsi nel costante incontro e confronto tra culture (migrazioni, new media, ecc.). La trasformazione della comunicazione ha poi accentuato la disintermediazione, la dissociazione sociale e culturale. All’apparenza, oggi non c’è più bisogno di collettori o di corpi intermedi: leader e popolo sono direttamente in comunicazione. In questa “popolocrazia” il leader non riconosce i limiti al proprio potere e dimostra una pericolosa predisposizione autoritaria, antitecnica e antiscientifica.

Il declino della Politica

Le istituzioni, senza strumenti per cambiare davvero le cose, fanno solo ridotti interventi di “maniera” che mirano alla conservazione dello status quo. I partiti, da mediatori di richieste, ricercano ora solo una progressiva simbiosi con lo stato. Si trasformano così in establishment autoreferenziali: gestiscono le risorse senza, di fatto, governare le politiche. Si afferma un modo di fare politica che insegue il susseguirsi delle crisi, senza il tempo per negoziare o deliberare. Un emergenzialismo che rafforza gli esecutivi e vede le opposizioni e i tribunali come semplici ostacoli. Lo stesso dissenso si interpreta come un tradimento degli interessi della comunità o una insubordinazione. Si passa da una politica dei cittadini a una politica per i cittadini, caratterizzata da una forte spinta al conformismo.

Tecnopolitica e personalizzazione

Per evitare l’inasprirsi dei conflitti sociali e per rispondere a criteri di “efficienza” si colma il vuoto lasciato dalla crisi dei mediatori sociali con l’appalto alle agenzie tecniche o con l’abuso dei sondaggi, non come strumento di partecipazione, ma come mezzo per inseguire il consenso-liquido degli elettori accumulando dati. La politica e la cittadinanza ne risultano commercializzate: se nel partito di massa la selezione interna era legata alla militanza, ora segue l’ambito manageriale. Senza più aspirazioni trasformative si crea un sistema di giustificazione incondizionata delle opinioni e di sfruttamento delle informazioni per la conquista del “mercato elettorale”.

Democrazia del pubblico

La democrazia, in una sorta di formalismo distorto, è ridotta ad una “macchina” o ad una “routine”. Partecipare è diventato essere spettatori che si identificano nel leader salvifico, le masse hanno perso la loro centralità: se la TV le aveva trasformate in pubblico, i new media frammentano questo pubblico in uno spazio atomizzato di bolle identitarie in conflitto. L’unico spazio di attivismo della politica diventa spesso il personale (life politics), che riguarda direttamente tratti di identità della persona (chi amare, cosa mangiare, ecc.) o secondo le caratteristiche single event – single issue, legate cioè alla prossimità del problema (catastrofe ambientale nella città) o all’ondata mediatica del momento (Ucraina, Palestina, ecc.).

In sintesi

Assistiamo al passaggio dei nostri dirigenti dalla difesa dei diritti alla difesa dei propri privilegi. Questo avviene perché il potere viene interpretato come individualizzato da una classe che cessa di essere “dirigente” e diventa “dominante”. Un potere che, senza valori, è ridotto da legale (in cui si crede alla razionalità della norma condivisa) a tradizionale (“si è sempre fatto così”) o carismatico (fondato sulla dedizione personale di servitori scelti per la fedeltà al leader). Ecco come si è progressivamente persa la credibilità e la capacità di progettare il domani nella società civile. Spesso si cercano facili soluzioni nell’incapacità di leggere il presente, cercando quindi un capro espiatorio di tutti i mali e trovando nella paura e nell’insicurezza l’unico canale di dialogo della politica. Non c’è più posto in questa concezione materialista del declino inevitabile (e dell’invenzione di un nemico dopo l’altro) per la speranza, per il futuro, per creare comunità o per uno spazio di emancipazione.

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