Mario Draghi. L’economista che ha profondamente cambiato la BCE e l’Europa che oggi conosciamo.

, di Laura Bonafini

Mario Draghi. L'economista che ha profondamente cambiato la BCE e l'Europa che oggi conosciamo.

Mario Draghi: il nome di quest’uomo è noto a molti in quanto presidente della Banca centrale europea. Quello che alcuni ignorano è che Draghi, oltre che uomo di stato europeo più importante dell’ultimo decennio, è l’italiano che ha salvato l’euro e che ha contribuito a contrastare i populismi che hanno assediato l’Eurozona. Per sconfiggere i timori di una possibile rottura della zona euro, Draghi ha creato nuovi strumenti con i quali sostenere il mercato dei titoli di stato pubblici europei, contribuendo ad abbassare gli spread dei paesi periferici e consentendo loro di autofinanziarsi a prezzi accessibili.

Nato a Roma nel 1947, Mario Draghi ha frequentato le più prestigiose scuole e università italiane nonché mondiali: si è laureato in economia all’Università degli studi di Roma La Sapienza e ha conseguito il PhD in economia al Massachusetts Institute of Technology. Ha, inoltre, avuto rapporti formativi con alcuni dei più importanti economisti italiani, come il keynesiano Federico Caffè e Franco Modigliani, il primo ed unico italiano ad aver vinto il premio Nobel per l’economia. Dopo qualche anno dedicato all’insegnamento, Draghi ha iniziato una brillante carriera nel settore pubblico, arrivando a ricoprire diversi importanti incarichi. In primis, ha rivestito per dieci anni il ruolo di Direttore Generale del Ministero del Tesoro. Negli anni Ottanta, era già il più promettente di una nuova generazione di tecnici (tra i quali Mario Monti e Romano Prodi), essendosi formato durante l’iperinflazione degli anni Settanta e durante i governi del pentapartito, all’ombra dell’allora Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Tale gruppo aveva sviluppato un forte scetticismo nei confronti della classe politica italiana, ritenuta incapace di riformare efficacemente il paese per ricreare un buon terreno di ricrescita. L’unica via – a detta loro – per lo sviluppo, passava per l’imposizione di una serie di vincoli esterni ai governi italiani: chiare regole di bilancio europee ed una trasformazione della Banca d’Italia in una moderna banca centrale indipendente. In questo modo, grazie a strumenti di governance monetaria indipendenti, i leader politici sarebbero stati spinti a perseguire riforme più prudenti poiché non sarebbe stato più possibile lo sfruttamento della spesa pubblica per l’ottenimento di consenso. Grazie anche all’intervento del gruppo, negli anni Novanta e all’alba del Duemila, l’Italia ha intrapreso un cammino che, dopo l’applicazione di una rigorosa disciplina di conti pubblici, l’ha portata, passo dopo passo, a fare il suo ingresso nell’euro. Sotto la supervisione di “tecnici” come Draghi, il nostro paese ha mantenuto per quasi un quindicennio un avanzo primario che ha portato alla riduzione del 20% del debito pubblico e ha avuto il privilegio di essere uno dei paesi più virtuosi d’Europa. Dopo un periodo trascorso nella Banca d’affari Goldman Sachs, Draghi è tornato in Italia, dove è stato chiamato alla presidenza della Banca d’Italia; in questa veste ha supervisionato una fase di consolidamento del settore bancario italiano fino al 2011, data in cui il suo nome ha cominciato a circolare come possibile candidato per la terza presidenza della BCE.

Economista apprezzato qual era, “Super Mario” riteneva di aver capito, già dagli albori della sua governance, quale fosse la ricetta del suo successo: occorreva trovare un compromesso tra l’abbracciare la linea dura tedesca e dimostrarsi allo stesso tempo sensibili verso i problemi della periferia europea. Tutte le sue decisioni alla guida della BCE, anche le più controverse, sono sempre state assecondate da una schiacciante maggioranza del consiglio direttivo della Banca, formato dai rappresentanti di tutte le banche centrali dell’Eurozona, e sono state condivise dalla maggioranza degli altri banchieri centrali e degli accademici esperti della materia. Con questa strategia, Draghi ha evitato l’inimicizia dei ricchi paesi del Nord e allo stesso tempo ha riscosso consenso anche tra i paesi indebitati dell’Eurozona, scegliendo di effettuare acquisti straordinari per dare sostentamento al valore dei loro titoli di stato.

Negli otto anni alla guida della Banca centrale europea – dal primo novembre 2011 al 31 ottobre 2019 – Draghi ha portato con sé una rivoluzione che è passata attraverso alcune tappe principali. Il neopresidente ha esordito con una politica aggressiva sui tassi d’interesse: nel giorno del suo debutto, con la motivazione di una previsione dell’inflazione in calo, il consiglio dell’Eurotower li ha portati ad un iniziale 1,25%, per poi sforbiciare altri 0,25 punti e giungere al fatidico 1%; lo scopo di tale operazione consisteva nell’abbassare il costo del denaro e immettere liquidità nel mercato allo scopo di stimolare gli investimenti (specialmente quelli privati). Nel frattempo sul fronte del sostegno ai debiti pubblici, sono state lanciate le LTRO (Long Term Refinancing Operation), ossia i piani di rifinanziamento a lungo termine, speciali prestiti concessi alle banche in cambio delle obbligazioni governative in possesso degli enti creditizi (di fatto un acquisto indiretto dei titoli di stato da parte della BCE). Nell’agosto del 2014, nel corso del summit che si è tenuto a Napoli, il presidente ha sottolineato l’importanza del lavoro dei singoli Paesi europei in merito alla ripresa economica auspicata dai mercati. Successivamente, in risposta agli effetti della crisi finanziaria in Europa e contestualmente all’avvio dell’Unione Bancaria, Draghi ha supervisionato l’MVU (Meccanismo di Vigilanza Unico), avente come scopo il rafforzamento del sistema bancario europeo. A partire dal gennaio 2015, si è avvicinato sempre più al punto di apice della sua governance in BCE con l’avvio del programma di acquisto dei titoli pubblici per 60 miliardi al mese: il Quantitative Easing (QE). Tale programma è stato inizialmente contestato dalla Germania, in particolare dai vertici della Deutsche Bundesbank, e dall’ex ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble con cui vi erano già stati dei contrasti durante la crisi greca, quando il Ministro tedesco non escludeva la possibilità che la Grecia uscisse dall’euro. Nel dicembre 2018, la Corte di Giustizia dell’UE ha dichiarato «legale, non politico e di competenza della BCE» il programma del QE, sconfessando la tesi tedesca avversa. Il QE, riavviato nel settembre 2019, dopo solo pochi mesi dalla sua conclusione, ha portato a un valore nettamente più basso la cifra mensile d’acquisto che, da 60 miliardi, è stata ribassata a 20 miliardi di euro. Nel contempo, la BCE ha tagliato ulteriormente i tassi di interesse, portandoli al minimo storico di -0,50%. Infine, è stato introdotto il tiering, meccanismo finalizzato all’attenuazione degli effetti sulle banche dei tassi negativi sui depositi propri dell’Eurotower.

Nel giorno del suo addio, il presidente ha parlato del dissenso pubblico nei confronti della sua presidenza, ricordando come nella storia dell’istituto sia stata normale l’esistenza di opinioni differenti e che il confronto sia sempre esistito in seno alla BCE; in quell’occasione, i complimenti sono arrivati persino dal suo avversario storico, Wolfgang Schäuble, che è stato fino al 2017 il leader di fatto dell’opposizione politica e intellettuale nei confronti di Draghi: «È grazie a lui – ha dichiarato – che l’euro ha giocato un ruolo di primo piano nelle strutture monetarie internazionali e in una fase critica, in cui gli Stati non ce l’avrebbero fatta da soli, Draghi ha contribuito molto a stabilizzare la moneta unica». È stato – il suo – un addio senza rimpianti, che ha chiuso una pagina importante della storia dell’istituto di Francoforte, pagina che sarà sempre ricordata per la famigerata frase whatever it takes (luglio 2012), rivolta alla salvezza dell’euro che andava raggiunta «a qualunque costo». In quell’occasione, le sue parole ebbero un effetto immediato: i banchieri e i finanzieri che fino a quel momento avevano scommesso contro la tenuta dell’euro capirono che, se avessero continuato, Draghi avrebbe messo in campo la capacità della BCE di creare infinite quantità di denaro. Non potendo speculare contro una banca centrale, gli spread iniziarono a calare e, da allora, non sono più tornati ai livelli che avevano raggiunto in quei giorni. Christine Lagarde, ex direttrice del Fondo Monetario Internazionale, che ha succeduto Mario Draghi nell’incarico di governance della Banca Centrale Europa, ha definito quel discorso come «le parole più potenti nella storia delle banche centrali» e ha ringraziato il presidente uscente, affermando che la sua eredità è «averci insegnato a eccellere e a superare le attese». Il compito di Christine Lagarde sarà sicuramente difficile: dovrà riuscire a far tesoro dell’esperienza del suo predecessore aggiornandola alle nuove sfide di una realtà economica in costante trasformazione.

All’ultimo Eurosummit, i capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles hanno accolto con grande calore l’arrivo di Draghi. Molti hanno preso la parola per elogiare il suo lavoro: dal premier italiano Giuseppe Conte, al presidente francese Emmanuel Macron, il quale ha riferito: «Rendo omaggio all’azione e al coraggio, una lezione per tutti». Al termine dell’intervento del presidente, tutti si sono alzati per un lungo applauso in piedi, dopo che il presidente ha salutato il suo ultimo summit a Bruxelles. Al termine del suo intervento, si sono alzati in piedi, rendendogli omaggio con un lungo applauso. «Draghi ha ricevuto gli applausi di tutti all’Eurosummit e ciò mi ha reso molto orgoglioso come italiano», ha detto successivamente Conte.

Draghi è riuscito da presidente della BCE a fornire risposte credibili alla crisi dell’Euro e ha saputo trovare gli strumenti per arginare la crisi dei debiti sovrani. Va sottolineato che il suo operato è stato reso possibile dalla natura della Banca Centrale Europea, che di fatto si è dimostrata essere una istituzione con elementi federali che le hanno consentito di adottare gli strumenti necessari a contrastare le sfide che le sono state poste. Va comunque specificato che Draghi ha dovuto agire in un contesto dell’Eurozona incompleto. Nonostante la creazione della moneta unica, gli stati dell’Eurozona hanno comunque mantenuto la sovranità sulle politiche economiche e finanziarie: in questo modo si sono create una serie di eterogeneità che hanno favorito lo svilupparsi della crisi. Affianco alla moneta unica infatti non è stato creato un governo europeo in grado adottare le misure necessarie a salvaguardarne la stabilità. Lo stesso Draghi ha più volte sottolineato che, per affrontare la crisi, è necessario un salto di qualità nel processo di integrazione dei Paesi dell’Eurozona. Draghi e la BCE hanno fornito risposte in grado di affrontare in prima emergenza gli sviluppi negativi della crisi economica ma il rafforzamento dell’euro ha bisogno di un bilancio autonomo dell’Eurozona in grado di poter mobilitare le risorse necessarie a risolvere le eterogeneità dell’area euro.

Draghi, esempio perfetto di diplomazia, ha governato ricorrendo ad un metodo basato sulla combinazione di competenza tecnica, coraggio decisionale e umiltà intellettuale. Lui stesso ha dichiarato che il suo motto è «mai arrendersi». Nonostante i suoi avversari più duri, infatti, Draghi è sempre riuscito a destreggiarsi in modo da trovarsi le spalle coperte da alleati potenti. Nell’esigenza di fare scelte importanti, Draghi ha sempre temerariamente seguito quelle più efficaci. Coloro che lo accusano di non aver fatto abbastanza, sanno bene – in coscienza – che ha fatto abbastanza per evitare il peggio: una rottura disordinata dell’unione monetaria e la serie di default a catena che le sarebbero seguiti. Di questo, i molti che ne hanno beneficiato, soprattutto tra gli italiani, gli saranno grati a lungo. È dunque vero che l’Europa che abbiamo di fronte oggi è, in buona parte, l’Europa di Mario Draghi.

Articolo precedentemente pubblicato su: Publius

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