«La nostra politica generale nei confronti dell’Europa dovrebbe avere tra le priorità […] quella di coltivare la resistenza tra le nazioni europee contro l’attuale traiettoria dell’Europa». Con queste parole, la Strategia di Sicurezza Nazionale americana firmata da Trump nel novembre 2025 chiariva che il governo statunitense avrebbe sostenuto le forze euroscettiche e illiberali in Europa nel loro contrasto alle politiche comuni. E che la vittoria di queste forze contro Bruxelles non rappresenta un semplice nice to have, ma una vera e propria questione di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti.
La sconfitta di Orbán in Ungheria, dopo sedici anni di governo, è quindi percepita da Washington come una minaccia alla sicurezza nazionale americana? Molti fattori indicano una risposta positiva a questa domanda. Non solo i documenti strategici, ma anche il comportamento dell’amministrazione Trump segnala come Orbán fosse considerato il più stretto alleato europeo: il vicepresidente Vance si è recato personalmente in Ungheria la scorsa settimana per sostenerlo esplicitamente negli ultimi giorni di campagna elettorale. Una circostanza che non solo evidenzia l’importanza del voto ungherese per Trump — posto almeno sullo stesso piano dei colloqui in Pakistan per la soluzione del conflitto mediorientale, ai quali lo stesso Vance ha partecipato — ma che ora colloca gli Stati Uniti in una posizione particolarmente imbarazzante nei confronti del nuovo governo di Budapest.
Quello ungherese era l’unico governo guidato da un partito appartenente al gruppo dei Patrioti Europei, ora scalzato da una forza che fa invece parte del Partito Popolare Europeo. Per questo motivo i legami di Orbán erano fortissimi con chi persegue l’obiettivo strategico di indebolire l’Unione: Trump da una parte, Putin dall’altra. È un fatto eccezionale che un candidato sostenuto economicamente e politicamente dalle due principali potenze nucleari mondiali — entrambe impegnate in una politica estera aggressiva e imperialista — perda in modo così netto contro il proprio principale avversario politico. Questo ci costringe a interrogarci sulle conseguenze di un voto che scontenta Trump e Putin. Se Péter Magyar dovesse rimuovere il veto agli aiuti all’Ucraina, per la Russia si tratterebbe di una sconfitta strategica più significativa di qualsiasi battaglia militare: significherebbe garantire alla resistenza ucraina almeno altri due anni di autonomia economica per proseguire un conflitto in cui il fattore tempo comincia a giocare contro Putin.
Trump e Putin resteranno a guardare? Per come li abbiamo conosciuti, è difficile crederlo. Putin probabilmente intensificherà le proprie attività di ingerenza, disinformazione e propaganda politica, soprattutto nell’Europa orientale e in Italia, dove conserva alleati che appaiono oggi ancora più strategici dopo la perdita di Budapest. Trump, dal canto suo, avrà un motivo in più per alimentare il suo conflitto politico con Bruxelles, approfondendo la crisi della NATO, magari con nuove iniziative in Groenlandia o accelerando il disimpegno americano dall’Alleanza Atlantica. Questa prospettiva, tra i diversi “fronti di scontro” politico con le due potenze nucleari, dovrebbe indurre gli europei ad agire.
Il problema di una NATO priva della leadership americana è di difficile soluzione: come può sopravvivere un’alleanza che si è sempre fondata su un leader molto più potente di tutti gli altri membri? Anche ammesso che gli Stati membri dell’UE riescano a muoversi con un certo grado di coordinamento, quale ruolo assumerebbero gli alleati non appartenenti all’Unione, come Turchia, Regno Unito o Canada? In un sistema che si è sempre retto sulla forza di gravità esercitata da un leader indiscusso — la maggiore potenza militare globale — le forze centrifughe potrebbero prevalere. E ciò significherebbe dover ripensare completamente la sicurezza esterna europea.
Prima di arrivare a questo punto, i governi europei dovrebbero iniziare a prendere seriamente le minacce esterne che incombono su tutti noi e lavorare alla costruzione di un sistema europeo di difesa capace di dare forma al cosiddetto “pilastro europeo della NATO”: un soggetto politico e militare in grado di sostituire la leadership americana all’interno di un’alleanza che — piaccia o no — continua a rappresentare l’unico presidio credibile della sicurezza esterna degli europei.
In conclusione, la vittoria del centrodestra in Ungheria apre nuove speranze per la democrazia e la libertà in Europa, ma al tempo stesso prelude a nuove sfide nel più ampio quadro della sicurezza regionale. Sfide che i governi europei potranno affrontare solo unendo le forze.

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