L’EUROPA NON SA E NON VUOLE CAMBIARE

, di Giulio Lattanzi

L'EUROPA NON SA E NON VUOLE CAMBIARE

Amo l’europa – così come l’hanno pensata Spinelli, Colorni, ... - come spazio di pace, dei diritti umani, delle libertà, di superamento degli Stati nazionali sempre in lotta per la supremazia politica, economica e finanziaria,...

Credo sia necessario amare la propria Patria per saper amare quella degli altri. Credo in uno stato europeo sovranazionale e federale, ma attualmente, spero di sbagliarmi, è da un po’ di tempo che tutti i segnali sono contrari ad una vera integrazione europea.

Siamo passati, con gli accordi di Roma del ’57, dalla Comunità del carbone e dell’acciaio (in Italia pare che il carbone non ci sia più, e l’acciaio resiste grazie alla presenza della tedesca Thyssen, il resto, a grandi linee, è in capo all’Indiana Mistral), alla Cee (Comunità economica europea), e poi alla Ue per dare ancora qualche freschezza alla voglia di unione. Poi tutto, salvo l’euro per una parte dei paesi aderenti, è diventato burocratico. L’Ue, con la bocciatura della “Costituzione europea”, è passata dal modello federale ad una guida confederale, che cura dall’estero gli “affari” di Stati indipendenti, senza solidarietà politica alcuna.

So bene che l’Europa deve cambiare – il come e le materie che dagli Stati nazionali debbono passare alla Ue sono state indicate più volte – all’interno di regole sottoscritte da tutti (non c’è spazio per chi non ne vuol tener conto, ma le regole devono essere uguali per ogni aderente al “condominio”).

Spero che la nuova Commissione non sia un mero oggetto di spartizione tra Francia, Germania e i loro alleati (alla quale si aggiunge la Spagna, perché l’Italia si è isolata): con gli Usa sovranisti, una grande potenza industriale ed economica dimostra di non voler più cedere ad un assetto del mondo multilaterale e sta lavorando per tentare di “distruggere” il progetto europeo, divenuto un concorrente sul piano globale.

A proposito di provocazioni, apriamo una parentesi nazionale: non è possibile che nel momento in cui si sta trattando con l’Ue per superare il rischio di infrazione per debito eccessivo si inventino i Mini Bot. Ha davvero ragione Draghi, Presidente BCE ormai in uscita, che ci ha salvato più volte negli ultimi anni: “... i mini bot o sono illegali o aumentano il debito”. Sono un pericoloso segnale per l’uscita dall’euro: avremmo bisogno di investimenti produttivi e di essere politicamente credibili per convincere i molti, troppi governi europei, che hanno ormai poca fiducia nell’attuale coalizione gialloverde.

Dopo le ultime elezioni, i sovranisti sono solo una minoranza nel Parlamento Europeo, ma i socialisti e i popolari, stavolta hanno dovuto chiedere aiuto ai liberali e ai verdi per essere di nuovo maggioranza: la nuova Commissione dovrà tener conto della situazione che è venuta a crearsi, e domandarsi se con le rigidità degli scorsi equilibri, le prudenze eccessive degli Stati nel Consiglio non hanno provocato altro che il restringimento delle scelte sociali, una inesistente politica migratoria (serrare le frontiere in Turchia e chiudere agli immigrati in Libia), lasciando il via libera alla deriva qualunquista e xenofoba che ha colpito Gran Bretagna e, nella percezione di esser abbandonate, Grecia e Italia.

L’Europa non può essere quella senz’anima degli ultimi anni perché non si può far finta che non sia cambiato niente: dobbiamo almeno organizzare una politica industriale comune, politiche attive sul lavoro (non si può pensare che la crescita sia delegata ai soli fondi strutturali) e politiche sociali per garantire un futuro ai giovani!

Dobbiamo insistere perché perché l’Ue riprenda il suo cammino federale, sia capace finalmente di ridare fiducia alle persone.

Oltre i confini dell’attuale campagna elettorale permanente, dobbiamo comprendere che gli Stati faranno sempre meno spese correnti ed assistenziali e non potranno sostenere ancora a lungo il welfare. Allora chi penserà alla crescita e al progresso dei cittadini?

Fonte immagine: Flickr.

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