Riflessioni inerenti al diritto all’aborto negli Stati Uniti: problemi e prospettive

Il Texas e l’aborto: un nuovo corso verso il passato

, di Giulia Sulpizi

Il Texas e l'aborto: un nuovo corso verso il passato
The front façade of the Supreme Court of the United States in Washington, DC. The front façade of the Supreme Court of the United States in Washington, DC. by Ian Hutchinson

Poche settimane fa un altro, preoccupante, fatto ha destato l’attenzione della stampa internazionale. La notizia della nuova normativa in tema di aborto entrata in vigore in Texas ha, infatti, sorpreso e stupito la popolazione mondiale.

Poche settimane fa un altro, preoccupante, fatto ha destato l’attenzione della stampa internazionale. La notizia della nuova normativa in tema di aborto entrata in vigore in Texas ha, infatti, sorpreso e stupito la popolazione mondiale.

Ma è stata soprattutto la decisione della Corte Suprema statunitense di non bloccare tale atto legislativo – che vieta l’aborto già dalla sesta settimana di gravidanza – ad essere giudicata duramente dalla speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi, che ha definito l’operato dei nove giudici come una mossa “codarda”. La votazione si è conclusa con cinque voti contro quattro: non un caso, vista la maggioranza repubblicana della Corte.

La legge era stata firmata lo scorso maggio dal governatore Repubblicano Greg Abbott ed è conosciuta come Senate Bill 8, ma anche, significativamente, come Heartbeat bill, dal momento che essa non permette l’interruzione di gravidanza una volta che i medici abbiano riscontrato attività cardiaca nell’embrione. La maggior parte degli aborti effettuati alla sesta settimana possono essere, talvolta, frutto di stupri e incesti e spesso, prima di quel termine, le donne non sanno ancora di essere incinte e non è nemmeno possibile riscontrare malformazioni negli embrioni.

Quanto annunciato dal giudice delle leggi statunitense apre la strada ad un vero e proprio rovesciamento della celebre sentenza Roe v. Wade, del 1973, che legalizzò l’aborto in America con una maggioranza di sette giudici a favore.

Il Texas è il secondo stato più popoloso del Paese e si qualifica come uno dei più conservatori. Ad oggi, sono solo ventiquattro le cliniche che accettano pazienti che richiedono di sottoporsi all’aborto.

Sono numeri e notizie impressionanti, che fanno rabbrividire.

Personalmente, nel leggere le dichiarazioni della Pelosi e i report sulla decisione della Corte, mi è sembrato di vivere in un mondo diverso da quello odierno, di trovarmi di fronte agli Stati Uniti di cinquant’anni fa, dove la sola ipotesi di interrompere la gravidanza era fortemente criticata ed osteggiata.

Da giovane donna quale sono non posso che inorridire alla prospettiva che, invece di tutelare sempre di più i diritti del gentil sesso e, soprattutto, delle future madri, vi sia una netta inversione di tendenza. Mi sono, infatti, ritrovata a chiedermi come mi sentirei io se in Italia fossero varate delle disposizioni legislative del genere. La risposta che mi sono data è che mi sembrerebbe di essere diventata uno dei personaggi del romanzo “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood. Ambientato in un mondo distopico, tratta egregiamente della questione femminile e della violenza, più o meno esplicita e più o meno diretta, che una società può esercitare sulle donne, costringendole a divenire schiave del proprio corpo.

Mi sono ritrovata a riflettere sull’attuale configurazione della pratica abortiva nel nostro Paese e a quanto, ancora oggi, essa non sia pienamente accettata e, al contrario, sia, in molti casi, fortemente criticata.

Che si tratti di una scelta drammatica, che sinceramente non auguro a nessuno di prendere, è vero. Porre termine, per qualsiasi ragione, ad una gravidanza è un passo difficile, che non dovrebbe essere preso alla leggera. A prescindere, infatti, dalle proprie convinzioni religiose, morali o etiche – alla luce delle quali anche l’embrione può essere considerato come una forma di vita intelligente da tutelare – non si può negare che una donna, che decida di abbandonare la possibilità di divenire madre, si trovi in una posizione di estrema fragilità e difficoltà.

Credo che io stessa, se mi dovessi trovare in questa situazione, mi sentirei triste e sola, perché sarei fin troppo consapevole di cosa sto abbandonando e capirei a cosa sto rinunciando.

Ciò nonostante, mi ritrovo a sostenere, strenuamente forse, la necessità, per ogni ordinamento democratico che si rispetti, di operare lungo due linee direttrici fondamentali.

Da una parte, infatti, ritengo che non si possa prescindere dall’assicurare al genere femminile il diritto all’aborto. Per quanto si tratti di una scelta dolorosa e difficile, non si può negare la piena libertà delle donne di decidere del proprio corpo e della salute propria e della propria progenie.

Dall’altra, credo che sia, altresì, doveroso per lo Stato farsi carico di dare un adeguato sostegno alle future madri. In molti casi, infatti, il sesso femminile si sente abbandonato da tutto e da tutti, costretto, fin troppo spesso, a scegliere tra il lavoro e la carriera e la creazione di una famiglia. Specialmente se prive di un compagno o di genitori che possano sostenerle nella loro genitorialità, non è raro che le donne decidano di mettere da parte il progetto di maternità per prediligere la propria professione o per sfuggire alle critiche – ancora oggi – loro rivolte dalla società contemporanea.

Ciò, dunque, che dovrebbe sensibilmente mutare – nel nostro Paese come all’estero – è la mentalità comune, che, piuttosto, potrebbe concentrarsi sul raggiungimento di un’effettiva parità tra uomini e donne, specialmente con riferimento alla possibilità per il sesso femminile di godere delle medesime tutele e prerogative garantite alle controparti maschili. Tra queste, non a caso, anche la libertà personale – intesa come libertà di decidere per il proprio corpo – diventa decisiva.

È, in definitiva, un cambiamento culturale quello cui dobbiamo aspirare. E, questa volta, l’Italia di oggi può insegnare qualcosa al Texas e alla stessa Corte Suprema statunitense, rammentando loro la necessità di assicurare un diritto fondamentale come quello all’aborto.

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