I rapporti tra i partiti europei sovranisti e l’estrema destra statunitense

Il progetto di Steve Bannon e che cosa rischia l’Europa

, di Tommaso Lugarà

I rapporti tra i partiti europei sovranisti e l'estrema destra statunitense

Ormai è sotto gli occhi di tutti: l’ascesa dell’estrema destra in Europa è un fenomeno in continua espansione. Tuttavia, pur essendo relativamente recente, partiti con caratteristiche tipicamente riconducibili a quest’area politica — sovranismo, populismo, nazionalismo ed euroscetticismo — stanno ottenendo un consenso crescente e sempre più consolidato da almeno un decennio, tanto che non è più possibile emarginarli. Questo articolo analizza come tale fenomeno non sia solo endogeno all’Europa, ma sia stato attivamente coltivato da reti di influenza esterne, a partire dal progetto di Steve Bannon.

Proprio nel 2018, quando il termine “sovranismo” inizia a trovare maggiore spazio nel Vecchio Continente, si avvia il piano dell’ex consulente strategico statunitense di Donald Trump. Quest’ultimo, viaggiando per l’Europa, effettua degli incontri con i principali esponenti politici nazionalisti ed euroscettici, portando avanti una proposta ben precisa: entrare a far parte di un’alleanza delle destre radicali presenti nel continente europeo sotto il nome di “The Movement”. Si tratta precisamente di una fondazione con sede a Bruxelles, le cui origini vengono spiegate dallo stesso Bannon in un’intervista al Daily Beast dello stesso anno, con un obiettivo chiaro ed esplicito: innescare una “rivoluzione populista e sovranista in Europa”. Emerge, dunque, una palese intenzione di tale gruppo di fornire sostegno agli attori politici europei di estrema destra, con uno sguardo preciso alle elezioni europee del 2019.

Ulteriori dettagli sono emersi più di recente: soltanto nel 2025, infatti, si scopre chi ha finanziato i viaggi di Bannon. Si tratta di Jeffrey Epstein, finanziere miliardario statunitense incriminato per numerosi capi d’accusa, morto in prigione nel 2019, interessato fin da principio al progetto di Bannon e con il quale aveva stretto un forte rapporto. Il 30 gennaio 2026 l’amministrazione Trump, messa alle corde da una campagna bipartisan, ha desecretato un’enorme quantità di documenti, foto e video raccolti dall’FBI e dalla procura federale, noti come “Epstein files”. Parte di questi documenti erano già stati declassificati e pubblicati tra il 2024 e il 2025 dal Dipartimento di Giustizia americano: da essi emergono i contatti tra Steve Bannon e Jeffrey Epstein, il quale mostra un forte interesse per la politica europea e, in particolare, per l’ascesa dell’estrema destra. Oltre alle connessioni con gli esponenti dei principali partiti sovranisti presenti nel Vecchio Continente, emerge un particolare interesse soprattutto per alcuni attori politici euroscettici italiani. Si fa luce, infatti, sui primi rapporti tra Bannon e Matteo Salvini nel 2018, quando la Lega — partito di cui è tutt’oggi leader — ha ottenuto circa il 18% dei consensi alle elezioni politiche italiane; sempre allo stesso anno risalgono alcune e-mail tra Epstein e Bannon, in cui quest’ultimo — rispondendo al finanziere statunitense — afferma: “…sto andando a Milano per incontrare Salvini. Stasera Grillo e domani a Roma Berlusconi e 5 stelle”. Epstein replica: “Spero che tu sia seduto sulle ginocchia di Salvini”. L’attenzione dei due nei confronti dell’attuale ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti è del resto attestata dalle 89 volte in cui il suo nome viene menzionato, in un periodo corrispondente all’apice della sua ascesa elettorale; verosimilmente al fine di sfruttarne la popolarità. Nel panorama politico europeo, invece, viene spesso citata Marine Le Pen, politica francese a capo del partito di estrema destra Rassemblement National.

I due — Salvini e Le Pen — non sono esponenti politici casuali: entrambi guidano i principali partiti sovranisti e populisti dei rispettivi paesi, tanto da far parte del medesimo gruppo politico europeo, Patriots for Europe. Viene, inoltre, posta l’attenzione su una raccolta fondi da parte di Bannon e destinata ad entrambi al fine di finanziare le loro campagne elettorali in vista delle elezioni europee del 2019. L’intento è chiaro: garantire alle destre un risultato che consentisse loro di ricoprire un ruolo centrale all’interno del Parlamento europeo. È opportuno precisare, tuttavia, che non vi è necessariamente un legame diretto tra i nomi presenti nei file e Jeffrey Epstein; si tratta di un tentativo di elaborare una strategia precisa che ruota attorno a una rete di monitoraggio internazionale.

Tali aspetti inducono necessariamente a una più attenta riflessione politica. In un contesto internazionale segnato da profonde instabilità, l’Unione europea si trova in una posizione estremamente complessa, come se fosse nel mezzo di due “fuochi”: da un lato vi sono gli Stati Uniti guidati dall’amministrazione Trump; dall’altro la Federazione Russa con a capo Vladimir Putin. Entrambi gli attori hanno una visione ben precisa del continente europeo: un insieme di Stati sovrani, trattati alla stregua di semplici partner commerciali. È chiaro, dunque, che le ambizioni delle due potenze che “accerchiano” l’Ue possano essere realizzate soltanto con una Europa disunita politicamente e militarmente. Ed è altrettanto evidente la concreta minaccia agli interessi strategici principali del Vecchio Continente rappresentata dal consolidamento degli attori populisti ed euroscettici, presenti specialmente nell’estrema destra dello scenario politico europeo.

In questo senso, il piano di Bannon nato nel 2018 e i contatti emersi dagli Epstein Files mostrano l’intenzione di proiettare una maggiore influenza all’interno della politica europea, tramite il sostegno ai partiti populisti e sovranisti: quasi come se l’Europa fosse un “laboratorio politico”. Per di più, tale strategia risulta presente nella stessa National Security Strategy americana: gli Stati Uniti vedono l’Europa in crisi demografica ed economica e mirano ad aiutarla a «correggere la sua traiettoria» sostenendo i cosiddetti partiti patriottici e sovranisti come AfD in Germania o Vox in Spagna, senza dimenticare l’esplicito sostegno dell’amministrazione Trump nei confronti di Viktor Orbán durante le ultime elezioni tenutesi in Ungheria. Tutto questo al fine di consolidare l’assetto e il ruolo che l’Europa dovrebbe mantenere: un semplice gruppo di Stati — quindi non un’entità sovrastatale — economicamente stabile al fine di costituire un mercato di sbocco delle merci statunitensi, principalmente di armi e gas naturale (di cui gli USA sono il primo fornitore europeo). Un’Europa federale e militarmente indipendente sarebbe un rivale, mentre un’Europa divisa rimane dipendente dalla protezione e dalle risorse americane.

A questo si aggiunge il ruolo di Mosca, la quale, con una strategia estremamente simile, cerca di alimentare divisioni interne attraverso il sostegno a movimenti euroscettici, al fine di negoziare direttamente con i singoli governi. Il Cremlino, infatti, storicamente sostiene i partiti conservatori e populisti europei, al fine di “smantellare” l’Ue dall’interno; in tal modo Mosca sarebbe maggiormente in grado di avanzare le proprie pretese, soprattutto in ambito commerciale ed energetico, avendo più alte possibilità di ottenere i propri obiettivi negoziando con i singoli Stati europei su idrocarburi e rotte commerciali. Da qui deriva la pericolosità di queste dinamiche per l’autonomia politica e strategica dell’Europa stessa, soprattutto in settori che potremmo definire “vitali”, quali l’energia e la difesa. Tali dinamiche, nell’affrontare le attuali e le future sfide dell’Unione, rischiano di costituire un ostacolo che impedisce ulteriori passi in avanti verso un futuro approfondimento dell’integrazione politica europea.

Proprio in un momento delicato come quello che stiamo vivendo, sarebbe necessaria un’Europa forte, capace di far valere la propria posizione sullo scenario politico internazionale. Il rafforzamento degli attori politici sovranisti ed euroscettici rischia tuttavia di condurre a un’ulteriore frammentazione dei Paesi membri dell’Ue, ponendo il continente europeo in una condizione di maggiore subalternità alle potenze politiche internazionali, quali Russia e Stati Uniti. Non è un mistero infatti — come ho precedentemente mostrato — che entrambe le superpotenze preferiscano un’Europa composta da Stati sovrani disuniti piuttosto che un’unione federale compatta, al fine di mantenere il continente in uno stato di dipendenza economica e militare. La mancanza di autonomia energetica e la dipendenza dalla difesa americana impediscono all’Europa di agire come un attore globale indipendente. Dunque, solo superando le attuali frammentazioni politiche l’Europa potrà evitare di diventare una semplice pedina nei giochi di potere mondiali.

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