Università: protesta corporativa o opportunità di progresso?

, di Francesco Pigozzo

Università: protesta corporativa o opportunità di progresso?

Da qualche giorno sono due le notizie principali che occupano i mezzi di informazione italiani: la crisi finanziaria mondiale e la protesta del mondo della scuola e dell’Università contro l’indirizzo che il governo nazionale sta dando in materia di Pubblica Istruzione. Le due notizie sono prive di legami, come i mass-media ci fanno implicitamente pensare e come sembrano pensare anche le parti in causa nella protesta? La risposta è no, se si ha il coraggio di non fermarsi agli automatismi con cui tendiamo ad affrontare i problemi in maniera schizofrenica.

Chi non è d’accordo a parole sul fatto che la formazione e la ricerca dovrebbero essere ai primi posti nelle politiche di investimento pubblico? È il tipico investimento a lungo termine che verrebbe schiacciato dalle necessità di realizzazione sul breve e medio periodo che impone il mercato; è uno dei settori in cui l’attore statuale pubblico deve intervenire con lungimiranza a favorire ciò che nell’immediato sembra a fondo perduto, ma che in realtà contribuisce in maniera determinante a creare ricchezza duratura per la comunità, con ricadute positive a cascata in tutti i settori. Forse che i nostri governanti non lo sanno?

... uno stato italiano che non è più capace di essere regolatore ...

Oppure lo sanno e si ostinano con malvagità a fare l’opposto per principio? Sarebbe bello che le cose stessero in maniera così semplice, a quel punto basterebbe scegliere da che parte stare e poi tentare di vincere le elezioni per mettere in atto la propria idea. Purtroppo, la storia degli ultimi decenni dovrebbe averci insegnato che non si tratta soltanto di credere in un modello piuttosto che in un altro. E nemmeno si tratta soltanto di semplice connivenza tra caste politiche e accademiche: altrimenti il denaro si limiterebbe ad aumentare indisturbato. Il problema è che il nostro Stato non è più in grado di svolgere il proprio ruolo di regolatore e garante di prospettive di lungo termine. Il punto non è come spendere meglio i soldi che ci sono, il punto è che ce ne sono sempre meno e la principale preoccupazione della nostra comunità deve essere di saldare l’enorme debito che ha contratto.

... basta con i problemi affrontati solo a metà: così non andremo da nessuna parte! ...

Questo problema non riguarda solo l’Italia, anche se qui si manifesta in maniera più acuta e con distorsioni di sistema più evidenti. E non riguarda solo l’istruzione, ma tutto lo Stato Sociale. Gli Stati europei non sono più in grado, singolarmente presi, di garantirci un futuro progressivo: sono schiacciati sulla difensiva, impegnati in tensioni e riforme interne che decideranno soltanto della durata e della ripidità del loro declino. Oppure sottoscrivono fra loro stupendi accordi dalle grandi prospettive, senza dotarsi però degli strumenti per realizzarli: il fallimento dell’Agenda di Lisbona non sarà responsabilità della Commissione o del Parlamento Europeo, sarà responsabilità dei governi nazionali che per mantenere la loro sovranità di facciata, il trompe-l’oeil della loro grandeur, hanno mantenuto ben stretto nelle proprie esclusive mani il potere di investire e gestire risorse che presto non ci saranno nemmeno più.

Sì, perché qui si trova il nesso con la crisi finanziaria. Il sommovimento nelle Università rischia di essere solo l’inizio di sempre più forti tensioni sociali, perché al tempo delle razionalizzazioni della spesa interna sta per succedere quello del barile da raschiare per impedire che il sistema produttivo si blocchi. Ma il punto è: dovremo assistere alla tragica farsa di proteste male indirizzate da parte di chi pagherà i costi più salati, e di fermezza ostentata da parte di governi che non hanno il coraggio di andare oltre le pure, e sempre più inutili, misure difensive?

... un governo europero per la crisi dello stato sociale ...

Basta con i problemi affrontati solo a metà: così non andremo da nessuna parte! Da giovane dottorando dico che la nostra protesta di insegnanti, alunni, studenti, ricercatori e professori deve essere portata avanti in nome dell’unica cosa possibile: il governo italiano deve fare la sua parte perché l’Europa si doti di un governo economico capace di fare gli investimenti che tutti sanno essere necessari. Sennò la protesta è solo corporativa.

Bisogna far vedere a chi ci governa che siamo informati: che la risposta alla crisi non è bloccare i piani che ci danno un futuro dicendo che il nostro Stato non se li può permettere, come è successo per la questione ambientale; è alzare la voce e spingere l’Italia a giocare al rialzo, avendo il coraggio di dire apertamente che solo cedendo il potere necessario a un governo europeo i cittadini del Vecchio Continente avranno possibilità di decidere davvero del loro modello di sviluppo.

Fonte dell’immagine: Universitasnoriforma

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Tuoi commenti

  • su 26 ottobre 2008 a 19:37, di Gruberio In risposta a: Università: protesta corporativa o opportunità di progresso?

    Caro Francesco, non posso che condividere le tue posizioni. La crisi dello stato sociale è palese, e con esso tutto quello che ne deriva. E’ più che palese che un ministro dell’istruzione non possa tagliare sulla sanità, ma che tagli giustamente nel settore che gli compete. Ma una riforma in questo senso appare più come un mero conteggio da ragionieri per rientrare nelle spese, che come una mossa politica innovativa. Il fallimento dello stato sociale si risolve anche in questo.

    Il congresso dell’Aja del 1947 aveva istituito una commissione cultura che aveva elaborato tra le altre cose anche un piano di Poli universitari europei. Quello che ne resta sono le cattedre Jean Monnet. Un esperimento vincente ma risultato menomato per l’incapacità di essere coordinati ed uniti.

    Personalmente non mi sento di aderire alla protesta in quanto tale, perchè le sue manifestazioni, almeno nel mio ambiente, risultano inadeguate alle situazioni. E soprattutto bloccare la riforma senza essere propositivi non è evoluzione, è stagnamento. La risposta è una sola: Un governo europeo per l’istruzione!

    Se così non sarà, la riforma passerà lo stesso, la maggioranza in Parlamento c’è e non verrà nemmeno posto il problema della fiducia. Ed i ragazzi che manifestano si ritroveranno punto a capo, senza essere giunti a niente di positivo, e soprattutto avendo sprecato l’ennesima possibilità. E sciupato energie che potevano essere impiegate in una dimostrazione di virtuosismo, forse nipponica è esagerato, ma rende l’idea, in una forma di espressività non convenzionale di cui il mercato è ormai saturo ed indisposto ad accogliere. Grazie per il bel articolo. Illuminante.

  • su 27 ottobre 2008 a 00:31, di di Francesco Cappelli, GFE Prato In risposta a: Problema Università: il ruolo dell’MFE

    Caro Michele, anch’io come te concordo con quanto scritto da Francesco e lo ringrazio per averci proposto il problema in questa ottica (ne avevo brevemente discusso con lui a Firenze), che sicuramente è quella giusta sul medio e lungo periodo.

    Ci tengo però a dire che invece io aderisco alla protesta e non mi sento di condannare il movimento che è nato, direi spontaneamente, definendolo corporativo: studenti ricercatori e professori non rivendicano diritti semplicemente per il loro settore pensando ai propri interessi (per esempio aderiscono anche Professori Ordinari prossimi al pensionamento), bensì pensano che l’Istruzione Pubblica e la Ricerca siano una ricchezza per l’Italia, ma anche per l’Europa e per il Mondo, considerando sia gli studenti non italiani che studiano da noi, sia soprattutto il gran numero di ragazzi che una volta laureati qui vanno (più o meno spontaneamente) a spendere le proprie conoscenze fuori dall’Italia, oltre al fatto che le scoperte scientifiche fatte in un paese vengono condivise globalmente.

    Sulla questione bisogna anche considerare che pesano sia l’atteggiamento tenuto dal Governo Italiano, che con tagli indiscriminati sembra voler affossare l’Istruzione Pubblica e la Ricerca diffondendo l’ignoranza nel paese piuttosto che semplicemente e “saggiamente” risparmiare, sia quello dell’Opposizione che poco fa per opporsi a una politica di delegittimazione del Parlamento nazionale col frequente ricorso alla «fiducia»; questo allontana ulteriormente dal vero problema: molti pensano che si tratti di un tentativo di instaurare un potere autoritario piuttosto che una reazione sbagliata al crescente senso di impotenza di cui soffre il nostro Governo nazionale come anche gli altri governi europei.

    Vorrei poi ricordarti che a noi federalisti torna naturale ragionare in ambito europeo perché siamo abituati a farlo, mentre una persona comune, soprattutto distratta da questioni contingenti, è portata a vedere la faccenda nell’ambito classico nazionale: il movimento di protesta non pensa in un’ottica globale a mio avviso in buona fede, a differenza di come spesso fanno i governi europei. Con questo vorrei concludere che il Movimento Federalista in questo momento dovrebbe impegnarsi, penso soprattutto con un lavoro di sezione, nel diffondere la nostra visione del problema, che credo sarebbe ben accolta o quantomeno considerata se ben articolata. E’ un’altra occasione per proporre un Governo unico dell’economia e anche un’Istruzione comune, ulteriori passi se vogliamo verso la Federazione Europea, che noi riteniamo essere la soluzione di molte delle questioni che affliggono oggi l’Italia, il continente e il Mondo.

    Francesco Cappelli, GFE Prato

  • su 28 ottobre 2008 a 13:13, di Simone Vannuccini In risposta a: Problema Università: il ruolo dell’MFE

    Mi inserisco anch’io brevemente nel dibattito.

    Sono d’accordo sul fatto che istruzione e crisi siano fortemente legate; i governi sono stretti sulla difensiva perchè incapaci di dare risposte radicali alle sfide che devono affrontare, e si riempiono la bocca della parola crisi per legittimare, nel migliore dei casi, l’immobilismo, il regresso civile nel peggiore.

    Vorrei però spendere una parola a favore della protesta. Ridurre il problema a «basta fare il governo europeo» è quantomeno riduttivo, sopratutto perchè anche in questa fase di transizione che usiamo chiamare globalizzazione restano molti spazi per l’azione a livello nazionale. Perchè la Spagna cresce ed investe mentre l’Italia no? Perchè partiva da un livello di sviluppo inferiore si obietterà (giustamente), ma anche e sopratutto perchè differente è il coraggio che guida le scelte politiche.

    In qualsiasi stato basterebbe tagliare un po’ di spesa militare riconvertendola in spesa per ricerca ed il problema sarebbe risolto... per dirla in maniera diversa: abbiamo miliardi di euro per salvare la banche, ma nemmeno uno spicciolo per salvare la scuola...

    La protesta che sta montando in questi giorni, con tutti i limiti, i problemi e le miopie che caratterizzano queste ondate di mobilitazione, è almeno il segnale che quando la crisi emerge, i cittadini riescono a ritrovare quella verve politica che parevano aver perso con «la fine delle ideologie».

    Noi una ideologia ce l’abbiamo, ed è l’unica che può garantire al mondo intero un futuro pacifico e sostenibile... proviamo ad interessarci in maniera non banale a queste proteste e forse riusciremo anche a far passare il nostro messaggio.

    Ringrazio tutti coloro che come federalisti si stanno impegnando contro la «riforma»; se il vero militante è colui che fa della contraddizione fra fatti e valori una questione personale, anche questo è un momento per agire.

    Simone Vannuccini

  • su 28 ottobre 2008 a 21:01, di Francesco Pigozzo In risposta a: Problema Università: il ruolo dell’MFE

    Caro Francesco, sono d’accordo con te e con l’articolo non intendevo disprezzare gratuitamente la protesta: so dall’interno che i valori e le preoccupazioni da cui nasce sono del tutto condivisibili. E’ in gioco la cultura nel suo senso più di lungo termine e meno legato a un rendiconto immediato. Però la responsabilità non si può attribuire solo, né principalmente, al modello sociale di chi sta al governo. Credo che in realtà molti siano già coscienti di questo. Il punto è: come far passare gli slogan e le rivendicazioni «giuste»? Cioè quelle che davvero colpiscono il problema al cuore? Non è facile, perché i commentatori e i giornalisti è inevitabile leggano tutto in termini di politica nazionale: lì sta il potere esistente e più evidente. E non basta nemmeno rivendicare i propri valori: società della conoscenza, necessità della ricerca, valore civile della formazione pubblica (imprescindibile per una comunità democratica)... indecenza di un’Italia che non sa nemmeno sanare e proprie contraddizioni interne per ricavarsi quelle energie che può ancora trovare al proprio interno. Non basta! Bisognerebbe prendere coscienza e dire con chiarezza e FINO IN FONDO le cose come stanno: aggiungere che comunque, senza federazione europea, non c’è spazio per i progetti di ampio respiro. Solo così, la protesta avrebbe un ruolo incisivo non corporativo: pressione sul governo italiano in una direzione che può intraprendere. E non solo: bagarre mediatica intorno a questo strano concetto di federazione... Un sogno? Forse sì, ma dipende anche da noi: se sei federalista, non fare lo schizofrenico e abbi sempre il coraggio di far capire al meglio il tuo punto di vista. Perché le intenzioni possono essere le migliori, ma senza la coscienza del contesto, la protesta diventa corporativa NEI FATTI.

    Ciao e grazie. f

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