Un brutto regalo di compleanno

La Dichiarazione di Berlino, ovvero il caro, vecchio metodo delle porte chiuse

, di Michela Costa

Un brutto regalo di compleanno

L’evento più recente e rilevante, nel lungo cammino che conduce alla Costituzione europea, è il summit tenutosi a Berlino nel weekend del 24 -25 marzo scorso. I leader politici dei 27 paesi europei si sono riuniti in occasione delle nozze d’oro dell’Unione, con l’obiettivo finale di escogitare una via d’uscita per la situazione di stallo creatasi ormai due anni orsono in seguito al “NO” francese e olandese.

L’inizio del semestre di presidenza tedesca era stato caratterizzato da un alto livello di aspettative, in particolar modo nei confronti del cancelliere Angela Merkel; sfortunatamente, al posto del tanto auspicato evento politico che tutti attendevamo con trepidazione, ci ritroviamo oggi con un testo scarsamente ispirato e sostanzialmente di basso profilo, la dichiarazione di Berlino.

Il messaggio trasmesso alla stampa da una sorridente Angela Merkel, a conclusione dell’incontro di Berlino, è in effetti piuttosto insoddisfacente. Non soltanto il documento si limita a menzionare frettolosamente (nelle due righe finali) il proposito comune di “dare all’Unione europea una base comune rinnovata” entro le elezioni del Parlamento europeo del 2009 (senza peraltro illustrare esattamente come); ancor peggio, sembra che i sapienti politici incaricati di revisionare il testo costituzionale nel nome dei cittadini europei non abbiano intenzione di fornirci molti particolari. Il risultato del summit di Berlino ha il sapore amaro di una battuta di cattivo gusto: “L’Europa è in crisi? Non temete! Abbiamo una brillante soluzione. Le più abili e astute menti del continente europeo – sarebbe a dire noi, i vostri capi di Stato e di governo – se ne occuperanno per voi. Ah, solo un piccolo particolare: per un po’ non ne sentirete parlare”.

una sorridente Angela Merkel trasmette un messaggio piuttosto insoddisfacente

Gli europei sono politicamente immaturi?

In occasione del loro cinquantesimo compleanno, i cittadini europei avrebbero meritato qualcosa di meglio di un brindisi simbolico all’Unione, e senz’altro qualcosa in più di una retorica (e, peraltro, neanche particolarmente eloquente) dichiarazione che al momento suona tristemente come un premio di consolazione. Avrebbero meritato un impegno franco, responsabile e coraggioso da parte di quei paesi che hanno raggiunto già una volta un accordo sul testo costituzionale.

Per far fronte alla crisi, i leader europei avrebbero innanzitutto dovuto intraprendere un’accurata analisi del significato politico della scioccante proporzione di “NO” registrata nei referendum francese e olandese. Il rigetto della Costituzione europea da parte di una maggioranza di cittadini in Francia e Olanda può infatti essere letto e interpretato in molti modi e in distinte maniere. C’è soltanto una conclusione che non dovrebbe essere tratta dall’esperienza dei referendum nazionali: che quando si parla di politica europea o internazionale la cosa migliore da fare sia zittire i cittadini, che sarebbero politicamente immaturi ed incapaci di scegliere nel proprio interesse

i cittadini europei avrebbero meritato qualcosa di meglio di un brindisi simbolico

Sfortunatamente, questa sembra essere esattamente l’atteggiamento scelto dai leader europei dopo il summit di Berlino. La scelta di cambiare il testo lontano dai riflettori, dietro porte chiuse, è un grosso errore politico, un atteggiamento di arroganza di potere ed infine una strategia ben poco lungimirante. Un simile atteggiamento paternalistico non è accettabile. Quando il 62% dei cittadini olandesi si reca al voto, il significato politico è piuttosto chiaro. Possono avere torto, possono essere stati confusi o manipolati, ma c’è un dato dal quale non si può prescindere: la volontà di partecipare, di far sentire la propria voce attraverso i meccanismi democratici.

Una costituzione “octroyée”

Vi è, inoltre, una questione estremamente importante legata alla legittimità delle istituzioni europee. Se il risultato della revisione da parte dei capi di Stato e di governo - che si chiami o meno “costituzione” - conterrà elementi di natura costituzionale, si dovrà necessariamente ricorrere ad una qualche forma di approvazione democratica. Il vecchio sistema delle conferenze intergovernative, tenute dietro porte chiuse, è un netto passo indietro rispetto alla Convenzione adottata per redigere il primo testo. È un procedimento indubbiamente meno democratico, che finirà per aumentare proprio quella carenza di legittimità che i cittadini rinfacciano all’Unione europea. Se i governi non saranno incalzati dalla pressione dell’opinione pubblica (il che, alla fin fine, significa: i loro elettori), sarà molto difficile scorgere qualche differenza fra questo testo ed un ennesimo trattato internazionale.

Il sistema delle conferenze intergovernative a porte chiuse è un netto passo indietro

Al tempo stesso, una CIG (Conferenza Inter Governativa) sembra esser proprio il luogo ideale per permettere agli Stati nazionali di riaprire i negoziati, persino su quei punti sui quali si era già raggiunto in precedenza un accordo. Un chiaro esempio di questo atteggiamento è dato dalla Polonia, con i suoi esperimenti di calcolo dei voti all’interno del Consiglio in base alle radici quadrate della popolazione. Per non parlare del fatto che una nuova CIG non risolverebbe affatto il problema di quegli Stati nei quali il referendum è inevitabile, né tanto meno la “questione francese”. Sembra proprio che i governi non abbiano imparato un granché dalla lezione di Nizza, quando si è raggiunto un accordo su un testo politicamente debole ed insufficiente, che non risolveva alla base i problemi dell’Unione ed ha presto richiesto una revisione.

Un referendum europeo: let the European people decide!

Il nuovo testo non può e non deve essere semplicemente un nuovo trattato: deve contenere al proprio interno perlomeno i più rilevanti elementi di novità della precedente Costituzione. Naturalmente alcuni degli articoli più complessi, come quelli che riprendono le fonti pattizie già esistenti (l’acquis communautaire, nella parte III) potrebbero anche essere risparmiati ai cittadini. Ma la Carta dei diritti fondamentali e gli articoli più significativi relativi alla divisione dei poteri fra le istituzioni e al voto a maggioranza, oppure quelli connessi alla revisione ed ai futuri emendamenti del testo dovrebbero non soltanto essere mantenuti, ma soprattutto, essere votati dai cittadini.

si rende necessaria una campagna sul referendum europeo

È per queste ragioni che, oggi più che mai, si rende necessaria una campagna sul referendum europeo. È essenziale costringere i capi di Stato e di governo a mantenere un elevato profilo politico, evitando che svendano l’obiettivo finale della Costituzione per un ennesimo, deludente trattato internazionale. A tale scopo, dobbiamo creare una rete di contatti e coalizioni con altre ONG e con i principali attori della società civile, rivendicando il diritto dei cittadini di esprimersi democraticamente: dal punto di vista dell’analisi politica, una Costituzione richiede per lo meno qualche forma di legittimazione popolare. Un referendum pan-europeo, tenuto nello stesso giorno in tutti i paesi, dovrebbe dunque essere richiesto non soltanto dai federalisti, ma anche da tutte quelle forze della società civile che saremo in grado di raggiungere.

Il metodo seguito dai politici europei potrebbe – paradossalmente - rivoltarsi contro di loro, e volgere a nostro vantaggio. Se i capi di Stato e di governo continueranno ad agire con arroganza, mantenendo un velo di segretezza sul futuro dei cittadini, lo slogan della campagna federalista “let the European people decide” acquisirà ulteriore significato, e la necessità di un referendum europeo potrà prospettarsi chiaramente dinanzi all’opinione pubblica nei termini di una basilare questione di democrazia.

Da Berlino un regalo così così per i 50 anni dei Trattati...

Fonte immagine Smeerch/Flickr

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