Le debolezze e le potenzialità dei partiti politici europei (Parte I)

, di Salvatore Sinagra

Le debolezze e le potenzialità dei partiti politici europei (Parte I)

Il tema del rapporto tra Unione europea, politica e democrazia è assolutamente cruciale; da decenni ormai viene enfatizzato il problema del deficit democratico, molti contestano che a Bruxelles troppo potere è attribuito ai “tecnocrati”, alcuni sottolineano la necessità di un’Unione più politica.

Se è vero che non c’è democrazia senza partiti, se si vuole approdare ad un’Unione Politica occorre un ruolo più attivo dei partiti stessi, a prescindere dal fatto che vengano modificati i Trattati; la debolezza politica dell’Unione europea risiede nel fatto che in seno all’organo democraticamente eletto (Il Parlamento europeo, ndr) le contrapposizioni partitiche non sono molto nette e sovente prevale la frattura nord-sud rispetto a quella sinistra-destra; la Commissione Europea, che ricorda gli esecutivi nazionali per via dell’attribuzione di una serie di portafogli di attività ai singoli commissari, non è ancora un vero governo, in parte perché non riesce ad emanciparsi dalla dimensione dell’authority, in parte perché il rapporto tra il Parlamento e la Commissione non è abbastanza lineare.

Qualche passo avanti è stato fatto, con la modifica dei Trattati, introducendo meccanismi di fiducia e sfiducia della Commissione a vantaggio del Parlamento, e stabilendo che il Presidente della Commissione venga identificato dal Consiglio tenendo conto del risultato delle elezioni europee, ma anche nella seconda Commissione Barroso, che qualcuno definisce un «gabinetto di coalizione», prevale la logica consociativa: la vittoria delle forze conservatrici e liberali di destra ha portato ad una Commissione in cui i Popolari sono i più rappresentati, i liberali sono sovrarappresentati ed i socialisti sono sottorappresentati. Nonostante ciò è difficile definire la Commissione un esecutivo di destra, laddove la laburista Ashston ha la responsabilità della politica estera ed il socialista Almunia quella della concorrenza.

La bassa e decrescente partecipazione alle elezioni europee può quindi essere letta come una conseguenza della complessità dei meccanismi consociativi dell’Unione. Un convinto europeista come il professor Joseph Weiler afferma che i cittadini votano poco alle elezioni europee perché sanno che le stesse servono a poco, perché una Commissione guidata da un socialista non è finora stata differente da quella guidata da un democristiano o da un conservatore; è chiaro quindi che a questa Unione mancano i partiti ed è altrettanto chiaro che a Bruxelles ciò è stato compreso. Non a caso il Trattato di Lisbona recita che i partiti contribuiscono a formare la coscienza dell’Unione e esprimono il volere dei cittadini europei. Si tratta di un comma, apparentemente innocuo, ma non a caso inserito sotto il titolo «disposizioni relative ai principi democratici».

I partiti europei non sono riusciti, a distanza di decenni dalla loro comparsa tra i banchi del Parlamento della Ceca, a ritagliarsi quel ruolo minimo necessario per una funzionante democrazia, probabilmente per le loro incoerenza interne. Significativo è il caso del Partito Socialista Europeo, che nel 1979 si presenta fortemente diviso (il partito laburista britannico è per esempio fortemente euroscettico) e non riesce a definire un programma comune facendo solo un appello al voto ed un generico riferimento ai principi di democrazia e uguaglianza; a distanza di anni le contraddizioni permangono tra le fila dei socialisti e le cose di sicuro non vanno meglio tra le quelle degli altri partiti europei.

Il Partito Popolare Europeo (PPE) nelle ultime legislature è stata la principale forza politica del Parlamento europeo; nato quale raggruppamento dei partiti centristi democristiani (si pensi alla CDU tedesca e alla Democrazia Cristiana italiana), a partire dagli anni ottanta il PPE ha assorbito una serie di partiti conservatori e di destra (i greci di Nuova Democrazia, i conservatori britannici e dei paesi dell’Europa settentrionale, gli italiani di Forza Italia e i gollisti francesi); in questo modo ha superato senza difficoltà per numero di parlamentari i socialisti ma ha visto crescere notevolmente la sua eterogeneità interna. I risultati di questa trasformazione sono stati l’abbandono degli espliciti riferimenti al federalismo e la crescente centralità dell’Europa cristiana, in altre parole l’asse del partito si è spostato nettamente a destra.

Da questa situazione era inevitabile nascessero imbarazzi. Per esempio, dopo l’adesione di Forza Italia al PPE si trovarono nello stesso raggruppamento europeo la destra berlusconiana e tutti i centristi, compresi quelli che appoggiavano l’esecutivo italiano di centrosinistra. L’inconveniente venne risolto quando nel 2005 Francesco Rutelli, già candidato premier del centrosinistra, costituì insieme al centrista francese François Bairoux il Partito Democratico Europeo. Altre tensioni vi furono quando i Popolari, dopo la fusione tra il primo partito della destra italiana Forza Italia e i post fascisti di Alleanza Nazionale nel Popolo della libertà (PDL), furono costretti ad accettare tra le proprie fila figure lontane dal centrismo come Ignazio La Russa, Gianfranco Fini e Maurizio Gasparri; quando le foto di Giuseppe Ciarrapico, senatore del PDL e simpatizzante fascista, che fa il saluto romano fecero il giro d’Europa i vertici del PPE fecero sapere di non volere fascisti tra i piedi.

La crisi economica, l’avanzata delle destre populiste e la crescente attenzione di alcune componenti del PPE per il voto di estrema destra e di protesta hanno trasformato l’eterogeneità interna in contraddizione. Nel 2010 due partiti per nulla in linea con i valori popolari, i conservatori britannici ed i conservatori cechi sono usciti dal Partito Popolare per formare il Partito Conservatore, eppure le tensioni non si sono placate: continuano a risultare abbastanza inconciliabili con una linea centrista per esempio le politiche dell’UMP di Sarkozy che insegue i voti del Fronte Nazionale e quelle dei berlusconiani, che in Italia sono alleati con le Lega Nord. La situazione è divenuta sempre più complessa quando, collassato l’esecutivo Berlusconi in Italia si è insediato il governo Monti, che per tutti i più importanti esponenti popolari (Angela Merkel in testa) costituisce la migliore soluzione auspicabile per l’Italia; in Monti molti centristi vedono un uomo che pur non essendo un politico di professione, potrebbe finalmente federare tutti i popolari italiani, dando alla destra italiana un’identità post-berlusconiana, che ricalca quella del Partito Popolare Europeo.

Quando Berlusconi ha fatto cadere il governo Monti si è attirato le ire dei Popolari europei; se Monti e Berlusconi alle prossime elezioni dovessero rappresentare due diverse offerte politiche (cosa molto probabile) si scatenerebbe un terremoto politico in Italia, ma anche il Partito Popolare Europeo sarebbe scosso da gravi tensioni e l’espulsione del populista Berlusconi potrebbe amplificare invece che ridimensionare le ambiguità del primo partito al Parlamento Europeo. Monti afferma sovente che la crisi sta foraggiando i populisti non solo in Italia e non ha torto; cosa quindi dovrebbe fare il PPE con forze come i francesi dell’UMP che guardano all’elettorato del Fronte Nazionale o con i greci di Nuova Democrazia, che sui temi della sicurezza inseguono le proposte o tollerano le azioni di Alba Dorata? Angela Merkel può davvero imporre come condizione della permanenza dei berlusconiani nel PPE la rinuncia all’alleanza con la Lega Nord, anche se dal 2009 governa con i Liberali che non si farebbero problemi a lasciar uscire dall’Euro alcuni paesi mediterranei?

Fonte dell’immagine: Flickr

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