La crisi del PD nella crisi della politica nazionale

, di Francesco Pigozzo

La crisi del PD nella crisi della politica nazionale

Il Partito Democratico è senz’altro nato con l’obiettivo di intercettare e suscitare il consenso di quei cittadini italiani che si dichiarano di ideale progressista. Fondandosi su una sintesi degli elementi più ragionevoli della concezione liberale e di quella socialista, si sarebbe dovuto trattare in sostanza di differenziarsi dagli altri miti politici su cui si fonda il consenso in Italia: tra i principali vanno ricordati senz’altro il mito del solido efficientismo, il mito della tradizione dei valori, il mito del nemico immorale, il mito della bontà delle proprie intenzioni.

Il tentativo di per sé era e resta difficile, tanto più se a tentare di realizzarlo è la stessa classe dirigente di quindici anni (e di qualche partito) fa. Ma non è solo questo a rendere fragile il progetto. C’è ben altro, che si riassume nella questione: è possibile oggi lottare per la conquista del potere nazionale facendosi portatori di un’idea progressiva, aperta e fiduciosa di futuro?

La risposta cinica direbbe semplicemente di no: le classi dirigenti sanno bene quanto poco le pratiche dei governi nazionali possono corrispondere ai bisogni reali e ideali della società, quanto poco possono incidere progettualmente sulla realtà. Quello che il cinico non vede è la conseguenza ulteriore di tutto ciò: anche un atteggiamento di astuzia comunicativa politica non è adeguato a realizzare grandi rinnovamenti. Perché l’ostacolo non risiede nelle idee, risiede nell’assetto esistente dei poteri pubblici chiamati a metterle in atto.

Il PD non ha capito che si può fare politica nazionale in chiave europea, che non c’è questione importante che sta a cuore ai cittadini che non richieda idee e progetti inquadrati in un disegno politico continentale

Mantenere sul campo una linea politica ragionevole e pacata, ma concretamente volta al cambiamento, ha dunque almeno un valore: mantenere vivo almeno il simulacro di posizioni progressiste. Ma non c’è di meglio da fare? E fino a che punto questa linea può reggere? Ammesso che essa si sia mai affermata davvero, essa è entrata subito in crisi: affiorare di correnti interne ispirate a vecchie logiche, inchieste che stanno scuotendo diverse amministrazioni locali, sconfitta elettorale in Abruzzo: numerosi avvenimenti recenti sembrano soffocare il progetto appena in formazione, e tolgono anche il residuo fondamento con cui la classe dirigente del partito poteva sperare di presentarsi come garante del mito “democratico e progressista”, aperto e fiducioso nel futuro. Ma il problema, non riguarda solo il partito che voleva farsene garante: ed è su questo punto che bisogna riflettere, uscendo dal taglio angustamente nazionale cui i mass media e il dibattito politico perennemente elettorale ci propongono i problemi.

Offro due spunti in proposito:

1) Circa l’attualità. Il vero vincitore delle elezioni in Abruzzo è l’astensionismo (quasi al 50%), il vero spauracchio che ha di fronte il nostro paese (dalle amministrazioni, al sistema giudiziario, al sistema economico) è l’antipolitica. L’impostazione in termini morali del problema della corruzione non fa che alimentare la situazione: sposta l’attenzione dei cittadini dai difetti strutturali del sistema che la genera, a considerazioni astratte e superficiali sulla natura umana. Alla fine è la fiducia nelle istituzioni e nella civiltà a pagarne le spese. Da questo punto di vista, quel che sta accadendo non riguarda un particolare partito, e l’informazione che corre dietro alle logiche dello scandalo è schiava della propria ignoranza.

2) Si vede dal primo punto bene cosa voglio dire quando affermo che il problema non riguarda solo il PD: riguarda significativamente l’ideale su cui il PD pareva intenzionato a fondare la propria esistenza politica. Che può essere, infatti, della fiducia progressiva nel futuro per chi assiste a questa deformata immagine della realtà che è il dibattito propagandistico cui si adattano i grandi mezzi di comunicazione? Come si può ambire al consenso progressista, se ci si attiene alle logiche nazionali della lotta politica? Prima o poi bisogna pagare il prezzo di vedere smentito ogni buon proposito...

Invece di far proprio e di rendere più ambizioso il progetto europeo di investimenti in tecnologia e riconversione ambientale si sono accettati i temi imposti dal vecchio modo di guardare il mondo e di concepire la politica

Ecco che allora, se vogliamo prendere il punto di vista del partito al centro di questa incipiente bufera, la vera contraddizione nella linea del PD sta proprio qui: essere ricaduto nelle stantie logiche ormai prive di respiro, quelle per cui si fa politica europea in chiave nazionale; non aver capito che si può fare politica nazionale in chiave europea, che non c’è questione importante che sta a cuore ai cittadini che non richieda idee e progetti inquadrati in un disegno politico continentale.

Invece di far proprio e di rendere più ambizioso il progetto europeo di investimenti in tecnologia e riconversione ambientale dell’economia, invece di fare dibattito sull’unica proposta credibile per un futuro di lungo termine, si sono accettati i temi imposti dal vecchio modo di guardare il mondo e di concepire la politica: protezione dell’industria automobilistica, cecità circa la questione di un deficit spending europeo (unica salvezza per il paese con un debito fra i più alti al mondo)...

Il PD non ha mostrato di avere ancora una chiara linea politica di respiro europeo, non ha fatto propria la battaglia democratica di designare e sottoporre agli elettori un candidato alla Presidenza della Commissione

È chiaro perciò che il vero prologo della crisi si è in realtà svolto a Madrid al congresso del PSE, più di due settimane fa. Il PD non ha mostrato di avere ancora una chiara linea politica di respiro europeo, non ha fatto propria la battaglia democratica di designare e sottoporre agli elettori un candidato alla Presidenza della Commissione. Si prepara a partecipare alle Elezioni Europee del giugno 2009 sulla base del solito teatrino di carattere nazionale?

La verità è che una classe dirigente che ha paura di prendere posizione su temi europei perché impopolari e poco spendibili, è una classe dirigente che manca di intelligenza politica e di preparazione adeguata alle sfide del presente. In questo momento di minimo consenso e di ricerca di un’identità propria nel panorama nazionale, questa mancanza di coraggio è quasi grottesca.

Fonte immagine: Flickr

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