L’Unione Europea vista dagli Stati Uniti

, di Jacopo Garrone

L'Unione Europea vista dagli Stati Uniti

Il 16 e 17 Aprile 2009 si è tenuta a Claremont, piccolo paese a circa 50 km da Los Angeles, la settima edizione della UC-Undergraduate Research Conference on the European Union. L’evento è stato organizzato dallo European Union Center of California, che ha sede presso lo Scripps College di Claremont, con il supporto di una rete di vari altri centri di ricerca universitari americani quali l’European Union Center of Excellence at UC Berkeley e l’European Union Center of Excellence of Seattle at the University of Washington.

Il clima era ottimo sia dal punto di vista delle condizioni atmosferiche sia da quello dell’accoglienza e dei servizi offerti con sistemazione in un albergo di alta qualità (il Double Tree della catena Hilton) e pranzi e cene ben preparate e curate dallo staff del College. La conferenza è durata un giorno e mezzo con la partecipazione 53 ragazze e ragazzi per la maggior parte provenienti da Università americane (molti dei quali in scambio di studio) con in più qualche cittadino europeo, come me, proveniente direttamente dall’Europa per l’occasione.

Dopo una prima selezione avvenuta tra febbraio e marzo sulla base di abstracts, le persone selezionate sono state invitate ed elaborare e spedire entro il 27 marzo un paper completo di quindici pagine massimo su un qualunque argomento purché fosse ovviamente legato all’Unione Europea. I partecipanti sono stati divisi in panels di 4 o 5 persone a seconda dell’affinità per argomento dei rispettivi papers e ad ogni panel, in tutto undici, è stato assegnato un titolo e un “discussant” personificato da un professore di una delle Università associate. Si segnalano qui un panel dedicato ai rapporti EU-NATO, uno alla Politica Estera dell’UE, un paio legati alla politica economica e più in generale sull’azione dell’UE rispetto alla crisi attuale, uno sull’ambiente e infine un paio legati a Democrazia, Identità e Cittadinanza dell’Unione Europea.

Ciascun panelist ha avuto 12 minuti circa per presentare il proprio lavoro in pubblico. In seguito, il discussant segnalava eventuali pregi e difetti di ciascun elaborato, aspetto questo che deve essere preso in maniera assolutamente positiva perché aiuta a ripensare e sviluppare ulteriormente le proprie idee. Si finiva poi con una discussione aperta a chiunque volesse intervenire con domande e commenti. Dieci tra i migliori elaborati verranno pubblicati sulla pubblicazione annuale del Centro e alcuni di questi partecipanti saranno ospiti di future conferenze in USA e UE tra cui anche lo Jean Monnet International Summer Seminar di Siena e Roma (organizzato dell’Università di Roma Tor Vergata): conferenza a cui ho partecipato la scorsa estate e che trovo altrettanto stimolante.

Segnalo qui alcuni spunti di riflessione emersi durante la due giorni.

In primo luogo i rapporti UE-NATO da un lato e UE-USA dall’altro: ho notato in questo senso una costante tendenza ad analizzare la questione (specialmente in merito al secondo versante) ancora in termini di “hard power”. Viene tutt’oggi rinfacciato, se vogliamo, all’UE di non avere un solido e rodato sistema di difesa di natura sostanzialmente militare. Questo (ulteriore) deficit è stato anche considerato come il motivo per cui gli USA continueranno a mantenere la loro presenza “forte” entro i confini dell’UE. Invitiamo tutti ad una riflessione sull’opportunità (e in questo senso non voglio dare qui una risposta definitiva sul punto) di avere un’Unione Europea e chissà, in futuro, gli Stati Uniti d’Europa ancora legati ad una concezione delle relazioni internazionali basate sulla vecchia Machtpolitik.

Riportiamo poi le considerazioni dell’UE quale interessante modello di cooperazione a livello regionale. Si è sottolineato come vari fenomeni di regionalismo sparsi per il mondo possano aiutare o sopperire a qualche inefficienza del sistema di cooperazione mondiale rappresentato dalle Nazioni Unite. Qui, rovescerei la questione ipotizzando la progressiva “aggregazione” a livello regionale tra Stati (in primis l’UE) come tanti piccoli tasselli che costituiranno, certamente non prima del medio-lungo periodo, ad un sistema federale mondiale magari che abbia come perno una Assemblea Generale delle Nazioni Unite di natura elettiva.

Non possiamo dimenticare poi questioni ormai sul tavolo da decenni e che non sembrano avere ancora una soluzione. Mi riferisco in particolar modo alla membership di Stati quali la Turchia. Non discuto sul fatto che le trattative sull’accesso debbano essere condotte con cura e dovizia di particolari da ambo le parti come dovrebbe essere fatto (e spesso è stato fatto) per ogni nuovo Stato candidato. Mi permetto qui di esprimere ancora una volta quanto meno il mio scetticismo riguardo a certi ben noti tentativi di etichettatura “sezionale” della natura dell’Unione Europea che la porrebbero in posizione irrimediabilmente esclusiva o peggio prevenuta rispetto ad un dialogo aperto e pacifico rispetto ad altri Stati o, appunto, regioni del mondo.

Infine, ciò che mi riguarda più da vicino: la democrazia e il deficit democratico dell’UE. Pur avendo qualche iniziale perplessità sul titolo del mio panel (Preserving Democracy and Sovereignty Within the Union) ho constatato con piacere come diversi studenti che vivono e lavorano praticamente agli opposti del mondo abbiano la medesima visione e propongano le stesse soluzioni rispetto al deficit democratico dell’UE. Autocitandomi, siamo di fronte ad un deficit di demos piuttosto che di kratos. Confidando, si spera, nell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, l’aspetto dello sbilanciamento istituzionale credo sia ormai risolto al 95%. Certo, assistiamo ancora ad una carenza evidente del ruolo del PE ad esempio in politica estera.

Il nostro discussant (Joseph Jupille dell’Università del Colorado) ha obiettato che neanche a livello nazionale i parlamenti hanno grande voce in capitolo sulla politica estera dello Stato. Vero, ma è altrettanto vero che almeno possono mandare a casa il loro governo mentre a livello europeo si stenta ancora a capire quale istituzione sia il governo. Usiamo allora qui come boomerang una comune obiezione dei critici del federalismo europeo: non è detto che l’assetto istituzionale dell’UE debba essere in tutto simile a quello degli stati membri; dunque, perché non affidare al PE un ruolo forte e centrale in CFSP?

Altra interessante obiezione del Professor Jupille, una sorta di “memento mori”: ricordatevi ragazzi che per quanto vi sforziate a rendere l’UE più democratica e partecipativa, se gli Stati (o meglio i governi) si stufano del giocattolo lo possono buttare via con la stessa velocità con cui avevano iniziato a giocarci. In poche parole, i governi sono ancora gli unici depositari del destino dell’UE. Vero; è ciò che io ho chiamato la sindrome di “stare in mezzo al guado”, ovvero di un’Unione Europea che per caratteristiche non è né una pura organizzazione internazionale né un vero Stato federale, ma qualcosa a metà tra i due di cui i codici di autodistruzione sono ancora in mano agli Stati Membri.

Cos’è che impedirebbe questa catastrofe? Un’Unione che non sia il giocattolo degli Stati ma un’Unione fatta di cittadini europei che non la vedano come un fastidioso gendarme delle proprie vite, ma che si riconoscano in essa, che soprattutto riconoscano in essa tutti gli altri cittadini europei come loro simili e che vogliano diventare attori primari del suo funzionamento (in primis realizzando che andare a votare per le elezioni europee è importante) e non oggetto di un suo qualsivoglia... regolamento; manca, come si diceva prima, un demos e in definitiva un’identità dell’UE (Stato sovranazionale o semplice organizzazione internazionale) in cui questo si identifichi e di cui abbia piena consapevolezza.

La soluzione del deficit democratico dell’UE forse non è più istituzionale nel senso di maggior peso al Parlamento Europeo rispetto a Consiglio o Commissione, ma istituzionale nel senso di istituzione di un popolo dell’Unione Europea. Compito primario dunque per i federalisti europei e per gli europeisti in generale è, a mio parere, quello di scendere nelle piazze e svegliare i cittadini europei che pensano di dormire sereni e al sicuro avvolti nelle loro coperte dai colori nazionali, ma che in realtà nel loro inconscio sono tormentati da incubi e fobie della peggior specie.

A metà del secondo giorno si è avuto l’intervento del “keynote speaker” rappresentato da Nicholas Hanley, Head of Governance & Communications in the European Commission Environment Service: egli ha parlato del futuro dell’UE in materia ambientale anche alla luce dell’attuale crisi economica. Oltre a ribadire l’assoluta centralità dell’ambiente e delle politiche ambientali concordate ed efficaci per il futuro dell’UE e del mondo intero, Hanley ha poi aggiunto come, da un certo punto di vista, la crisi economica possa essere un bene per l’ambiente nel senso che le necessarie prossime riforme del sistema economico e politico globale possono più facilmente essere compiute in un’ottica decisamente più “environmentally friendly”. Proprio perché, al contrario, se stessimo vivendo un periodo di prosperità e benessere generale quasi nessuno farebbe caso alle costanti e pressanti esigenze dell’ambiente rispetto al profitto e alle esigenze di mercato.

Dovendo commentare l’evento possiamo dire che la qualità generale degli elaborati è stata indubbiamente alta. Da segnalare sicuramente anche l’evidente grado di impegno profuso nella ricerca da parte di tutti gli intervenienti. Ciò nonostante, si è notato qualche palese caso di sforamento dei limiti sia di pagine che di tempo della presentazione non sempre adeguatamente “sanzionato” dai discussants e qualche tono della presentazione che non sempre garantiva la costante attenzione del pubblico. In questo senso, bisogna sottolineare che dovrebbe essere primaria responsabilità di ogni partecipante a qualunque conferenza assicurarsi che esso stesso rispetti i limiti imposti dall’organizzazione e che la qualità della sua presentazione e dei supporti utilizzati sia efficace (in qualche caso le slides di Powerpoint avevano scritte nere su sfondi scuri).

Sul piano generale, poi, purtroppo, l’ordine e i tempi degli interventi erano organizzati in maniera tale che vi fossero in corso più panels nello stesso momento, con il risultato che non tutti (in primis chi stava presentando) potevano partecipare a tutti i gruppi nonostante l’alto grado d’interesse ed importanza di ciascuno di essi.

Infine, per quanto abbia potuto seguire (per la ragione appena detta) segnalerei un basso grado di analisi e dibattito critici sugli argomenti trattati. Con questo non voglio dire che bisogna fare sempre polemica e critica fine a sé stessa; mi aspetterei, però, in questo caso come in altre situazioni soprattutto che vedono come protagonisti dei giovani, maggiore coinvolgimento, coraggio ed intraprendenza nell’esporre le proprie tesi senza trincerarsi troppo dietro a manieristici virgolettati che in fondo non sono altro che cose già sentite altrove e che molto probabilmente molti di quelli che ascoltano, proprio per il fatto di essere lì, sanno già.

Un ultimo consiglio di carattere tattico. Eviterei di rientrare in albergo troppo tardi alla sera, tipo alle 22:45 ca., qualora vogliate vedere Claremont, mangiare o bere qualcosa con i colleghi; parecchie strade sono stranamente molto poco illuminate (gli esperti la chiamano prevenzione situazionale) e non si sa che genere di incontri si possono fare. Al limite prendete un taxi. Non è molto bello sentirsi dire dopo: “Ehi man, welcome to the USA...”. Parlo per esperienza diretta. Purtroppo il direttore del Centro, il Professor David Andrews, ci ha severamente reso edotti circa queste precauzioni solamente a pomeriggio inoltrato del secondo giorno invece che nel suo ossequioso discorso di benvenuto. Piuttosto statevene in albergo che offre tantissimi comforts, tra cui piscina ed idromassaggio aperti fino alle 22:00. Tutto spesato, ovviamente.

Mi sono permesso di fare queste segnalazioni non avendo nessuna intenzione di dare un’immagine negativa dell’evento nel suo complesso che, ripeto, è sicuramente un’esperienza bella e costruttiva. Ritengo, al contrario che debbano essere presi come utili suggerimenti soprattutto per i partecipanti alle future edizioni che, mi auguro, siano sempre di più, specialmente se cittadini europei vogliosi di portare le proprie idee per l’Unione Europea del futuro e metterle a confronto costruttivo con propri colleghi d’oltre oceano.

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