Iraq: la Babele europea is made in USA

, di Elia Meurisse

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Iraq: la Babele europea is made in USA

Il 20 marzo 2003, con l’appoggio militare di Regno Unito, Australia e Polonia e quello politico e logistico di altri paesi, Bush decide di agire anche senza il via libera dell’ONU: era l’inizio di una nuova guerra all’Iraq.

Nel frattempo, infatti, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva deciso l’invio d’ispettori internazionali in Iraq e proibito il ricorso all’uso della forza, grazie al veto di Germania, Francia, Russia e Cina, convinte della necessità di attendere il risultato dei riscontri degli ispettori internazionali. Posti davanti all’azione americana, i Paesi europei scelgono linee di comportamento diverse, il più delle volte in barba agli obblighi di consultazione previsti dal Trattato U.E. nell’ambito del secondo pilastro (PESC), riducendo in cenere gli auspici di una politica estera comune e mettendo in discussione la nascente Costituzione. Gran Bretagna, Italia, Spagna, Portogallo, Danimarca, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca seguono l’iniziativa americana, in linea con la tradizione di politica estera del legame fra i propri interessi particolari e quelli statunitensi. Ispirate da scelte liberali o questioni interne di opinione pubblica, Francia, Germania e Belgio scelgono di dissociarsi nettamente dall’iniziativa statunitense.

Tale scelta ha inevitabilmente portato alla ferma condanna da parte dell’amministrazione Bush e di Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa degli Stati Uniti, che ha liquidato la faccenda definendo queste nazioni «la Vecchia Europa», insolenti, immeritevoli di alcuna considerazione, non essendosi adeguate alla linea di Washington. La «Nuova Europa» sarebbe stata simboleggiata dall’Italia, il cui primo ministro, Silvio Berlusconi, era in visita alla Casa Bianca durante l’inizio dell’attacco [1]. Evidentemente non creava alcun problema, né a lui né alla Casa Bianca, il fatto che l’opinione pubblica in Italia fosse per la stragrande maggioranza contraria all’intervento. Lo scandalo, sottaciuto dalla stampa all’interno dei paesi della “Nuova Europa”, quella favorevole alla guerra, per intenderci, è stato che i risultati dei sondaggi resi disponibili da Gallup International hanno indicato che il sostegno a una guerra condotta «unilateralmente dall’America e i suoi alleati» non aveva superato l’11% in nessun paese europeo [2].

Tutto bene? Non proprio: se l’indipendenza è una delle facce della sovranità e la politica estera è uno dei campi di azione politica più importanti degli Stati, non si può certo dire che i membri dell’Unione europea si siano frammentati su di una questione di poca importanza. La rilevanza dei contrasti in politica estera deve essere giudicata considerando che essi interessano la condotta da tenere nei confronti dell’attore egemone dell’attuale sistema internazionale. Tali contrasti si presentano proprio nel momento in cui i membri dell’Unione europea cercano di dare alla luce una nuova sintesi politica europea: la Costituzione, che dovrebbe essere in grado di formulare una politica estera comune grazie alla prevista nascita di nuove istituzioni.

Ma se oltre alle motivazioni di tipo strategico e militare, a dividere l’Europa vi fossero anche motivazioni di tipo economico? Durante una sua visita in Spagna nell’aprile 2002 Javad Yarjani, capo del Dipartimento Analisi del Mercato Petrolifero dell’OPEC ha giudicato anomalo il fatto che il dollaro dominasse il commercio mondiale. L’alto funzionario non ha escluso che in futuro l’OPEC potesse decidere per l’adozione dell’euro [3]. Nel 2002 il tentato golpe in Venezuela, appoggiato dagli Stati Uniti, fallisce, e Iran e Iraq convertono gran parte delle proprie riserve auree da dollari a euro. L’euro si rafforza nei confronti del dollaro, troppo rispetto agli interessi americani nei confronti del teatro medio – orientale, principale bacino di estrazione petrolifera mondiale. Francia e Germania, che con Saddam fanno affari, sono naturalmente contrarie all’intervento militare [4]. Gli Stati Uniti trovano quindi un alleato nella Gran Bretagna, che l’1 gennaio 1999, guarda caso, non ha adottato l’euro. Occupato l’Iraq, gli Usa smantellano il programma ONU “Oil for Food”, riconvertono in dollari le riserve irachene, varano il loro Fondo per la Assistenza all’Iraq, naturalmente in dollari USA, e elaborano una lista di imprese con lo scopo di eliminarle dal business della ricostruzione Irachena. L’Italia, per non perdere i pozzi dell’ENI a Nassiriya, aderisce alla “Nuova Europa” nel luglio del 2003 con l’inizio dell’operazione Antica Babilonia.

Grazie alla guerra all’Iraq, l’Unione Europa si frattura in una moltitudine di voci e di interessi contrastanti, le aspirazioni costituzionaliste si fanno più lontane e meno affascinanti e l’Euro abdica a diventare la moneta più utilizzata nelle piazze internazionali. Ed ecco servita la Babele europea made in U.S.A.

Le relazioni transatlantiche di quel periodo sembrano tornare all’epoca di Kissinger, un’applicazione della politica di potenza europea secondo la formula: vogliamo un’Europa forte, ma non troppo. Gli Stati Uniti, nelle relazioni strategiche nei confronti dalla promettente nuova nascita di una Costituzione europea, sembrano prendere spunto dalla Genesi della Bibbia «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro» (Genesi 11, 1-9). La “Nuova Europa”, asservita agli interessi di politica estera americana, dovrebbe considerare la possibilità di una seconda secolarizzazione dagli antichi alleati, alla ricerca di un’identità genuinamente europea.

Riprendendo la metafora di R. Kagan, Europa sembra essere simile a Venere perché due millenni di storia del continente europeo ci hanno vaccinati dal dichiarare guerra in modo superficiale. Alle radici della politica estera e di sicurezza comune (PESC) dell’UE c’è il soft power e l’elaborazione di una serie di risposte diversificate: in termini economici con gli aiuti allo sviluppo, in termini diplomatici per la stabilizzazione delle aree, attraverso una gestione civile delle crisi, cioè delle operazioni con forze di polizia, con dei giudici, dei magistrati per ricostruire in queste aree un sistema giudiziario e penitenziario, con delle operazioni umanitarie di fronte a delle catastrofi naturali, e così via [5].

Un’Europa ad una sola voce rappresenterebbe un importante interlocutore a cui farebbero riferimento molti altri Stati a livello mondiale. Sfortunatamente l’introduzione del Trattato di Lisbona non ha cambiato di molto le carte in tavola: la Corte di Giustizia europea ha un ruolo limitato nelle decisioni prese dai singoli Stati in materia di politica estera, è stata prevista una clausola opt-out per le decisioni comuni PESC ed è stato creato l’Alto Rappresentante per gli affari esteri e le politiche di sicurezza dell’U.E., insieme al seguito diplomatico e amministrativo. L’Alto rappresentante dovrebbe avere la funzione di ricomporre gli Stati in un’unica voce, in grado di parlare a nome dell’Europa e di riorganizzare l’armonia all’interno del coro, per farne un attore forte e indipendente.

Io ho memoria breve e faccio fatica a ricordarmi tutto, con questo proliferare di nuove facce, cariche istituzionali e dichiarazioni pubbliche. Ma almeno voi, vi ricordato il suo nome, che faccia ha e l’ultima volta (o la prima) che l’avete vista sul giornale?

Ndr (se non ve lo ricordate ve lo dico io: Catherine Margaret Ashton)

Fonte immagine: Flickr

Note

[1N. Klein, Baghdad year zero: Pillaging Iraq in pursuit of a neocon utopia, (2004)

[3«The Choice of Currency for the Denomination of the Oil Bill,» Speech given by Javad Yarjani, Head of OPEC’s Marketing Analysis Department (April, 2002)

[4’Economics Drive Iran Euro Oil Plan, Politics Also Key’ (August 2002)

[5R. Kagan, Of paradise and power: America and Europe in the New World Order. (2003)

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