Indipendenza? Solo in Europa

I recenti risultati delle consultazioni popolari in Porto Rico e in Catalogna evidenziano tendenze diverse in risposta alla comune crisi economica.

, di Jacopo Barbati

Indipendenza? Solo in Europa

L’Unione fa la forza. Oppure no? Questi risultati sono arrivati in un periodo di profonda crisi economica, sociale e culturale. Spesso, in questi casi, è semplice che governi e politicanti vari diano la colpa a “qualcun altro” di queste difficili congiunture. E chi, meglio di una entità sovranazionale alla quale si è ceduto parte della sovranità, può ricoprire meglio il ruolo di capro espiatorio? Ciononostante, i cittadini portoricani hanno scelto di combattere le difficoltà non perseguendo la via dell’indipendenza – recentemente intrapresa, con scarsi risultati, dal Kosovo e dal Sud Sudan –, bensì quella dell’unione; mentre invece i catalani stanno dando seguito alle loro velleità indipendentiste che da decenni sono presenti e che la profonda crisi spagnola ha esacerbato negli ultimi mesi.

Il cinquantunesimo Stato? Lo Stato Libero Associato di Porto Rico è costituito da un arcipelago di isole facente parti delle Grandi Antille che ospitano poco meno di 4 milioni di abitanti e che sono state sotto il controllo spagnolo fino al 1897. L’anno successivo, l’isola principale fu invasa dagli USA e da allora ne assunsero il controllo: dal 1917 i nativi di Porto Rico hanno assunto anche la cittadinanza statunitense; dal 1949 l’elezione del Governatore è avvenuta per consultazione popolare; e nel 1952 Porto Rico è diventato ufficialmente un territorio non incorporato degli USA. Nel 1967, 1993 e 1998 si sono tenuti tre referendum popolari sull’adesione di Porto Rico agli Stati Uniti, tutti con esito sfavorevole a questa ipotesi e favorevole al mantenimento dello status quo (che garantisce benefici come l’uso del Dollaro Statunitense, l’adesione all’Esercito degli USA e altri – ma che non prevede la rappresentazione al Congresso o il beneficio totale delle politiche sulla Sanità). Il 6 novembre del 2012, in concomitanza delle elezioni per il rinnovo della carica di Presidente degli Stati Uniti – alla quale i portoricani non hanno potuto partecipare pur essendo cittadini statunitensi –, si sono tenuti a Porto Rico due referendum: il primo, preliminare, ha visto prevalere la maggioranza di consensi sul cambiamento dello status del territorio; il secondo ha visto quasi il 62% della popolazione esprimersi in maniera favorevole all’adesione agli USA, contro un 5% di indipendentisti. Questo risultato non vincola Washington ad accettare la richiesta di adesione portoricana, ma il segnale è forte e vedere che, in tempi di crisi, si desideri far parte di una federazione piuttosto che gestirsi autonomamente è un bel segnale per chi professa da sempre il federalismo come soluzione dei problemi creati dall’esistenza degli ormai sorpassati Stati nazionali. Ora ci sarà da attendere il verdetto del Congresso degli Stati Uniti per vedere se nella famosa bandiera a stelle e strisce debba o meno comparire una stella in più.

Confusione catalana L’undici settembre di quest’anno ci fu una poderosa manifestazione per chiedere l’indipendenza della Catalogna. Il Presidente della Generalitat de Catalunya, Artur Mas, annunciò elezioni anticipate per poter ottenere, col suo partito (Convergència i Unió, CiU), almeno 68 seggi nel Parlamento catalano, che gli avrebbero consentito di acquisire una maggioranza assoluta con la quale proporre, infine, un referendum sull’indipendenza della Catalogna dal resto della Spagna. Queste elezioni si sono tenute il 25 novembre e hanno confermato la vittoria di CiU, che però non è riuscita a ottenere l’agognato risultato di 68 seggi, bensì solo 50, contro i 62 ottenuti due anni fa. Ciò che colpisce, però, è che l’idea indipendentista non si sia attenuata nella sua totalità, ma semplicemente frammentata: i partiti che sottoscrissero la risoluzione 742 del 24/09/2012 (che impegnava la giunta successiva – ossia questa – a indire il referendum), vale a dire Esquerra Republicana de Catalunya, Candidatures d’Unitat Popular e Iniciativa per Catalunya Verds, oltre alla già citata Convergència i Unió, hanno ottenuto complessivamente 87 seggi su 135. Una maggioranza più che ampia. Il pericolo di un referendum indipendentista catalano è tutt’altro che scongiurato, quindi: questi partiti necessitano solo di riorganizzarsi. Le brutte notizie sono che gli indipendentisti sono in gran parte favorevoli all’uscita di una eventuale Catalogna indipendente dall’Euro, e, anche se volessero rimanere a far parte dell’UE, i trattati andrebbero rinegoziati. Inoltre, è lecito aspettarsi in tal caso un crollo degli accordi commerciali, che porterebbe la già provata economia catalana al collasso definitivo. La buona notizia è che la Costituzione Spagnola si basa sull’indissolubilità della Nazione, quindi molto difficilmente il processo indipendentista potrà andare fino in fondo.

Quel che è certo, comunque, è che l’UE attuale, incompleta, inconcludente, non dia l’idea di essere l’ancora di salvezza per uscire dalla crisi, cosa che invece dovrebbe essere; mentre invece una vera federazione, come gli USA, rappresenta ancora, nonostante le difficoltà, un solido appiglio a cui aggrapparsi.

1. Come lettura complementare l’autore segnala http://www.lospaziodellapolitica.com/2012/10/la-catalogna-tra-autonomia-e-stato-proprio/ 2. Fonte immagine Flickr

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