Incontro con Gianfranco Fini all’Università di Pisa

, di Federica Martiny

Incontro con Gianfranco Fini all'Università di Pisa

Il 13 maggio a conclusione del ciclo di letture “Cittadini e migranti” organizzato dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’ateneo pisano ha proposto un intervento sul tema dell’immigrazione il Presidente della Camera Gianfranco Fini, che ha detto che “Una civiltà prospera non può pensare di crescere ed evolversi ancora se si chiude ermeticamente ad ogni rapporto esterno. E’ importante superare la diffidenza verso il diverso, che ha caratterizzato da sempre l’evoluzione della nostra storia” , aggiungendo dopo aver distinto il concetto di “ammissione” da quello di “appartenenza” che esistono “limitazioni giustificate e giustificabili riguardo la quantità e la qualità di chi chiede di essere ammesso”.

Contestando il pensiero di Habermas sulla cittadinanza cosmopolita –da lui inteso come uno statuto di diritti svincolato da ogni dovere verso una nazione- e citando la definizione di Renan secondo cui “la nazione è un plebiscito che si rinnova ogni giorno” ha posto l’accento sull’aspetto dell’accettazione volontariati tutti quegli aspetti insiti nel concetto di cittadinanza; il discrimen per ottenere questo diritto non sarebbe quindi, o non dovrebbe essere, connesso alla permanenza temporale di un immigrato in un dato Paese diverso dal suo di origine, né tantomeno al fatto che un individuo sia nato su un certo territorio nazionale, ma invece dovrebbe prendere in considerazione la volontà dell’immigrato di partecipare attivamente alla vita politica del Paese e nel suo pieno riconoscimento nei valori fondanti della società. In questo senso ha affermato la necessità di modificare la Legge 91 del 1992, proprio nella direzione di una maggiore valorizzazione di questa volontà di abbracciare pienamente i valori della società in cui si vive. «Anche il concetto di patria sta cambiando- prosegue Fini - . Si è spostato dall’idea ancestrale di ’terra dei padri’, di ’focolaio’. L’appartenenza non deriva più da una discendenza etnica, ma dall’accettazione di valori».

Al termine del suo intervento, il Presidente della Camera ha ribadito che sottoscriverebbe nuovamente la Legge Bossi-Fini del 2002 ma “vista la congiunzione economica non proprio favorevole, cambierei il termine temporale da sei mesi a un anno. Rimane stabile il fatto che entra in Italia chi ha un lavoro”.

Il problema fondamentale di tutto questo discorso è che pur in una cornice privilegiata come quella accademica e pur con interlocutori “sapienti” e dotati più di altri di quegli strumenti che servono per indagare la realtà, non è stato assolutamente posto in questione il problema dell’intrinseca inefficacia di qualsiasi misura varata da un singolo Governo – di destra o di sinistra, italiano o no- per tentare di risolvere il complesso e delicatissimo problema dell’immigrazione.

In un mondo globalizzato e soprattutto multipolare e profondamente interconnesso, la politica, né nelle sedi istituzionali che le sono propri, né nelle sedi accademiche “dei sapienti”, riesce a distaccarsi dalla visione nazionale dei problemi e della loro risoluzione, e non riesce ad accorgersi della miopia di uno sguardo tanto inadeguato rispetto al mondo in cui ci troviamo a vivere.

Sono ancora in pochi a parlare della necessità di affrontare alcune tematiche –tra le quali sicuramente è da annoverare quella dell’immigrazione- senza poter prescindere da uno sguardo europeo. E sono ancora meno coloro che mostrano ad una società e ad una classe dirigente ancora cieche e sorde prospettive nuove, come l’ipotesi lungimirante del “Piano Marshall per l’Africa”, una delle pochissime soluzioni strutturali al problema: lungi dall’essere un’opera di beneficenza, un piano di costruzione di infrastrutture e servizi nel continente africano permetterebbe di aumentare il PIL degli Stati dell’UE –che per il 2010 è previsto essere intorno all’1% rispetto alle cifre totalmente diverse dei cosiddetti BRIC e degli USA-, di trovare finalmente un mercato di sbocco per la sovrapproduzione degli Stati europei, e di trovare le materie prime che il nostro continente non ci offre. Senza dimenticare che nel documento del 2006 del Ministero degli Esteri cinese sulle relazioni tra Cina e Africa il colosso asiatico è presentato come “il più grande paese in via di sviluppo del mondo”, ad indicare esplicitamente la volontà politica di porsi e proporsi come la nuova potenza imperialista del XXI secolo; questo è dovuto alla generale mancanza di lungimiranza dei leader dei ventisette Paesi dell’Unione che si accompagna all’assordante silenzio di una voce comune europea e all’impellente urgenza di un Governo europeo.

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