Futuro dell’Europa

I limiti del referendum pan-europeo

Prima le politiche e poi la Costituzione?

, di Traduzione di Chiara Cipolletta, Marko Bucik

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I limiti del referendum pan-europeo

Dal Trattato di Maastricht del 1992, il voto diretto sulle tematiche europee è sempre più in voga. Si è partiti da un numero esiguo di paesi che ratificavano tramite referendum solo i più importanti cambiamenti istituzionali, per arrivare nel 2003 a un gran numero di referendum di adesione e in seguito molti referendum, anche solo annunciati, per la ratifica della Costituzione europea.

Tuttavia, mentre in questo periodo la maggior parte dei commenti e delle analisi si concentrano sulla scarsa qualità delle strategie comunitarie di comunicazione e dei politici nazionali, è necessario chiedersi perché, da un punto di vista istituzionale, la democrazia diretta dovrebbe essere al centro dell’interesse dei federalisti. In particolare, la nostra attenzione dovrebbe concentrarsi sulla demistificazione del referendum pan-europeo e l’accettazione di qualche suo lato oscuro.

La teoria che, in generale, sta dietro alla democrazia diretta non è legata solo all’UE. Ciò che è spesso contestato è l’approccio, dal punto di vista legislativo, del cosiddetto “elettore mediano” (definito come il cittadino fittizio che sostiene un’ampia gamma di politiche che conquistano il voto). Quando i partiti politici pianificano o avviano una campagna referendaria su un certo tema, sapere cosa pensa l’elettore mediano spesso è la chiave di volta per la vittoria.

Fare le domande giuste

Tutto questo ovviamente è molto chiaro ma in un certo senso fuorviante. La maggior parte delle tematiche si accavallano nella mente di chi vota e gli individui sono pronti a barattare una preferenza con l’altra. Ci sono solo poche domande a cui possiamo veramente rispondere con un sì o con un no. Ad esempio, agli svedesi è stato chiesto se le automobili dovessero tenere la destra o la sinistra: in questo caso ci sono alternative all’essere favorevoli o contrari? No. Questo significa che questo tema è certamente più adeguato ad essere sottoposto a referendum rispetto al destino di un trattato lungo 300 pagine che ha al suo interno molte modifiche alla già complicata impalcatura istituzionale in materia di cooperazione internazionale.

Sono tre le conseguenze più importanti di porre la domanda sbagliata: una generalizzata incomprensione, una campagna che è a rischio di populismo politico e un risultato che potrebbe portare a forti tensioni sociali. E mentre le prime due possono essere risolte da una buona gestione politica della campagna, da alti standard educativi e da comportamenti moderati da parte dei partiti politici, la terza dovrebbe essere la preoccupazione più grande per i federalisti europei.

L’inesistenza di un demos unico in una società frammentata può portare tensioni quando lo strumento del referendum è usato per scolpire su pietra le regole sulla base delle quali la società verrà governata. Guardando all’UE, possiamo trovare delle analogie. Mentre i cittadini europei potrebbero arrivare a capire l’importanza e i benefici derivanti dall’abolizione dell’unanimità in certe aree, permane una forte resistenza quando si cerca di raccogliere consensi su regole e procedure comuni. Una resistenza che, al pari dei risultati negativi in Francia e Olanda, non può essere ignorata.

Le politiche decise dai referendum?

L’approccio graduale all’integrazione europea ha portato a benefici sufficienti per provare che la cooperazione a livello europeo ha un senso. Allora perché non introdurre qui la democrazia diretta a livello europeo? Una certa politica necessiterebbe solo della maggioranza dei cittadini europei per entrare in vigore, ma lascerebbe fuori coloro che hanno votato in maggioranza contro. Questo potrebbe essere un buon suggerimento per il futuro Ministro degli Esteri europeo, per la politica energetica comune, ecc.

La differenza tra questa opzione e un accordo sulla Costituzione tramite un voto diretto a livello europeo è il fatto che quest’ultimo è permanente rispetto ad una singola politica ed è anche più tangibile nel senso che lascia le minoranze definitivamente isolate. Facendo questo c’è il pericolo di cristallizzare un insieme di regole e di creare gruppi politici distinti.

Conclusioni

Se vogliamo utilizzare al meglio l’emergente democrazia diretta nell’UE e un possibile referendum pan-europeo, dovremmo guardare alle politiche su cui i cittadini dovrebbero potersi esprimere, invece di promuovere sopra ogni cosa un referendum pan-europeo sulla (prossima) Costituzione. La possibile cattiva interpretazione da parte dell’elettore “mediano” e le conseguenti tensioni all’interno della società europea dovrebbero renderci consapevoli del tranello. Naturalmente, come molti avranno modo di argomentare, potrebbe non esserci un modo migliore per salvare la Costituzione…

Traduzione di Chiara Cipolletta

Fonte immagine: Flickr

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