Al-Bashir, Presidente del Sudan

Accusato di genocidio dal Procuratore della Corte Penale Internazionale

, di Michela Costa

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Al-Bashir, Presidente del Sudan

Il 14 luglio l’Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso una richiesta di imputazione contro Omar Hassan Ahmad al-Bashir, Presidente del Sudan, con l’accusa di aver condotto una campagna genocidaria contro i gruppi etnici Fur, Masalit e Zaghawa in Darfur. In aggiunta, il Procuratore ha richiesto che al-Bashir sia incriminato anche per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La Camera preliminare della CPI esaminerà ora la richiesta del Procuratore Louis Moreno-Ocampo: se i giudici confermeranno l’imputazione, il Presidente del Sudan otterrà il triste primato di primo capo di Stato ad essere incriminato per genocidio quando ancora in carica.

La parola G e il suo formidabile potere di stigmatizzazione

L’iniziativa del Procuratore può considerarsi, sotto molti aspetti, l’ultimo atto di una lunga disputa accademica riguardo alla presunta natura ‘genocidaria’ del conflitto in corso in questa desolata e remota regione occidentale del Sudan. Negli ultimi cinque anni la comunità internazionale si è cimentata nel dibattere se le orribili violazioni dei diritti umani commesse in Darfur dovessero considerarsi un tentativo di genocidio, o se invece ammontassero a crimini di guerra o contro l’umanità. Indubbiamente, l’invocazione della cosiddetta ‘parola G’ comporta implicazioni che vanno ben oltre un ragionamento di tipo puramente giuridico sulla natura dei fatti. Il crimine di genocidio può essere considerato oggigiorno il più efficace strumento di stigmatizzazione internazionale, capace di attrarre attenzione mediatica e chiamare in ballo responsabilità politiche.

La spiacevole conseguenza è che altri conflitti, liquidati come ‘semplici’ casi di crimini di guerra o contro l’umanità – ad esempio, la sanguinosa guerra nella regione dell’Ituri nella Repubblica Democratica del Congo – spesso non ricevono un analogo trattamento. Infine, in molti casi la definizione stessa di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità è utilizzata impropriamente nel lessico quotidiano o dai mass media, generando confusione ed offuscando la distinzione fra le diverse tipologie di crimini internazionali.

... il genocidio, l’intento di distruggere ...

Il genocidio, può essere utile ribadire, non è semplicemente sinonimo di grave e diffusa violazione dei diritti umani. L’elemento caratteristico del crimine, secondo la Convenzione del 1948 e lo Statuto della Corte Penale Internazionale, è l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale. Nel caso specifico del Darfur, se la Camera preliminare confermasse l’imputazione, il compito dell’Ufficio del Procuratore sarebbe di dimostrare la responsabilità del Presidente sudanese al-Bashir per l’uccisione di membri delle comunità Fur, Masalit e Zaghawa, per aver causato seri danni fisici o mentali ai loro membri o per aver inflitto deliberatamente condizioni di vita volte a perseguire la distruzione fisica dei gruppi stessi.

Un conflitto etnico senza gruppi etnici?

Un elemento molto interessante – che è stato brevemente citato nella richiesta di imputazione emessa dal procuratore e che, con ogni probabilità, emergerà durante il processo – è la natura relativa ed arbitraria delle distinzioni etniche presenti nella regione. Il primo passo per comprendere il conflitto in Darfur è infatti quello di sgomberare il campo da interpretazioni basate sul concetto di ‘odio atavico’, o da ricostruzioni superficiali che riducano la crisi ad una ‘guerra etnica tra Arabi e Africani’. Sorprendentemente, vi è ancora una diffusa incertezza nell’opinione pubblica riguardo agli attori del conflitto: è utile ricordare che gli abitanti del Darfur non sono cristiano-animisti come il resto delle popolazioni del Sudan meridionale, bensì in prevalenza musulmani, mentre le distinzioni di tipo ‘etnico’ o ‘razziale’ non rappresentano affatto una caratteristica oggettiva o tradizionalmente riconosciuta della società tradizionale.

Ben lontano dallo scaturire da ostilità millenarie fra etnie in lotta, il conflitto in Darfur è probabilmente da interpretarsi come conseguenza di un drammatico processo di degrado ambientale, connesso con fenomeni di crescente desertificazione e siccità registrati nel territorio nel corso degli ultimi 30 anni. Gli scontri per il possesso della terra e delle risorse acquifere ha progressivamente aumentato la tensione fra le popolazioni nomadi ed i gruppi dediti prevalentemente all’agricoltura. Per finire, tale cocktail esplosivo è stato contaminato da ideologie razziste di ‘superiorità Araba’, importate dalla Libia e prontamente adottate dal Governo centrale di Khartoum.

Si ritiene che le popolazioni Fur, Zaghawa e Masalit siano state oggetto di una campagna, architettata dal Governo sudanese, volta alla loro distruzione. La colpa sarebbe quella di appartenere al medesimo ‘gruppo etnico’ dei ribelli che, dal 2003, danno filo da torcere al Governo di Khartoum conducendo una rivolta armata nella regione. Come sottolineato dal Procuratore della CPI, tuttavia, lo stesso al-Bashir sarebbe da ritenersi responsabile per la promozione di una polarizzazione della popolazione del Darfur secondo una fratture fra gruppi cosiddetti ‘Arabi’ ed ‘Africani’. Le differenze etniche, dunque, più che rappresentare l’origine degli scontri violenti avrebbero offerto la giustificazione ideologica per una brutale campagna, condotta contro la popolazione civile allo scopo di stroncare la ribellione.

I limiti della giustizia internazionale

Uno dei principali successi della giustizia penale internazionale riguarda la capacità di rivelare le responsabilità e le macchinazioni delle élite politiche al potere per lo scoppio delle cosiddette ‘guerre etniche’, così come il loro ruolo per la creazione e l’incitamento delle ostilità fra gruppi etnici. Con l’incriminazione del Presidente al-Bashir, la Corte Penale Internazionale potrebbe compiere un passo storico nella direzione della persecuzione dei ‘pezzi grossi’, ovvero i veri responsabili dello scoppio dei conflitti interni agli Stati: un cammino già intrapreso con il processo a Slobodan Milosevic dinanzi al Tribunale Penale Internazionale per l’ex Yugoslavia, e quello di Charles Taylor dinanzi alla Corte Speciale per la Sierra Leone. Lo scopo dell’imputazione è l’isolamento internazionale degli accusati, al fine di ostacolare al massimo la loro attività politica e diplomatica al di fuori dei confini nazionali.

... la giustizia internazionale non può sostituire l’impegno politico

D’altra parte, sarebbe illusorio sperare che la richiesta di imputazione possa mettere la parola ‘fine’ al conflitto in Darfur. Nell’ambito della giustizia internazionale, logiche giuridiche ed interessi politici sono inevitabilmente interconnessi, e la CPI soffre delle medesime limitazioni delle Nazioni Unite all’interno delle relazioni internazionali contemporanee. La Corte, infatti, non detiene il potere di eseguire concretamente le proprie decisioni, ed è obbligata a dipendere dalla cooperazione degli stati membri e dalle Nazioni Unite per la consegna degli imputati. Il principale strumento nelle mani della CPI è al momento la minaccia di isolamento internazionale del paese, ma il rischio di rappresaglia dal parte del governo sudanese è molto elevato. In particolare, quest’ultimo potrebbe negare l’accesso ai campi di rifugiati interni al personale umanitario e ai membri delle Nazioni Unite, mettendo così ulteriormente a repentaglio la sopravvivenza della popolazione civile. Inutile a dirsi, è alquanto improbabile che il Sudan collabori con la Corte Penale Internazionale consegnando spontaneamente il proprio Presidente alla giustizia.

La giustizia penale internazionale non può sostituire l’impegno politico nella pacificazione di aree di conflitto, né tantomeno farsi carico della responsabilità di difendere i diritti umani proteggendo direttamente le popolazioni civili.

La richiesta di incriminazione di al-Bashir è un’ottima notizia per la persecuzione degli individui responsabili delle peggiori atrocità commesse nella regione, e forse anche per il riscatto delle vittime. Ma senza una soluzione politica della crisi, il rischio è che in Darfur la giustizia arrivi troppo tardi.

Ulteriori informazioni sul caso:

Summary of the Case: Prosecutor’s Application for Warrant of Arrest under Article 58 Against Omar Hassan Ahmad AL BASHIR

Prosecutor’s Statement on the Prosecutor’s Application for a warrant of Arrest under Article 58 Against Omar Hassan Ahmad AL BASHIR

Human Rights Watch, International Criminal Court’s Action Against al-Bashir, Question and Answer.

Sul conflitto in Darfur: Daly, M. W., Darfur’s Sorrow. A History of Destruction and Genocide. New York: Cambridge University Press, 2007. De Waal, Alex (ed.), War in Darfur and the Search for Peace. Harvard [etc.]: Global Equity Initiative, Harvard University, 2007.

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