Dalla missione «civilizzatrice dell’uomo bianco» all’unificazione politica dell’Africa (I)

, di Elena Montani

Dalla missione «civilizzatrice dell'uomo bianco» all'unificazione politica dell'Africa (I)

Africa: quale povertà?

Può sembrare un’ovvietà, ma spesso le ovvietà risultano ovvie solo dopo averle affermate: l’Africa, come soggetto a sé stante, non esiste. L’Africa dovrebbe essere un termine da usare esclusivamente al plurale, come spesso si usa per “le Americhe”, in quanto i problemi, la storia, la cultura, i caratteri somatici e non per ultimi il clima e il paesaggio cambiano a seconda della latitudine e della longitudine dell’osservatore. Basti pensare che nell’Africa sub-sahariana l’abitante del Mahgreb è considerato un Mzungu, termine swahili che al giorno d’oggi viene generalmente utilizzato per indicare l’uomo bianco, ma che originalmente si traduceva specificatamente con “europeo”. Quando utilizziamo il termine Africa, dobbiamo perciò essere pienamente consapevoli che il discorso che ci accingiamo a fare è soprattutto politico, prima ancora che geografico, e nasce nel 1498 con l’approdo di Vasco De Gama nel porto di Mombasa a conclusione della prima circumnavigazione del continente, per proseguire con i tre secoli di tratta degli schiavi e 150 anni di colonizzazione. I “secoli dell’altro” hanno reso l’Africa una comunità di destino nella ricerca delle proprie radici e della prospettiva di un futuro libero. In questo senso risulta legittimo il discorso che ci accingiamo a svolgere, in particolare se collocato in una riflessione del ruolo dell’Africa nell’attuale disordine internazionale, che ci permette di riflettere sull’opportunità dell’unità politica dell’Africa in vista del raggiungimento di un ordine democratico mondiale.

Sfatata la prima ovvietà, è necessario passare alla demolizione di un altro luogo comune che è ben radicato nella mentalità di noi europei, ovvero che l’Africa sia un continente povero.

... sfatare il mito che l’Africa sia un continente povero ...

Tale pensiero in occidente raggiunge il suo estremo – più spesso di quanto si creda – con l’esplicita o implicita convinzione dell’arretratezza intrinseca dell’uomo africano, geneticamente non portato per lo sviluppo e perciò destinato a rimanere nella miseria. Questo retro-pensiero è immancabilmente una conseguenza dell’idea della “missione civilizzatrice dell’uomo bianco”, che ha dominato per secoli le relazioni geo-politiche e culturali dell’Europa e del nord del mondo con l’Africa, e che – nonostante le prove scientifiche dell’infondatezza dell’idea di una «razza inferiore» – permane spesso anche nella mentalità di chi crede di lavorare per il bene dell’Africa. Non intendo qui confutare prove incontrovertibili dei problemi presenti sul suolo africano, quali i conflitti, la lotta per le risorse, la corruzione dei governi, l’alto tasso di mortalità per malattie quali l’AIDS e la malaria, che fanno sì che molti paesi africani siano tra gli ultimi secondo vari indici di sviluppo, non solo indici economici, ma anche i più recenti indici che prendono in considerazione lo sviluppo umano. Ciononostante, nella contrapposizione tra afro-pessimisti e afro-ottimisti, mi preme sottolineare la mia appartenenza al secondo gruppo, e mettere in luce i progressi e le innegabili conquiste del continente che più di tutti gli altri si trova a fare quotidianamente i conti col proprio passato. In questo senso, lo sviluppo e il rafforzamento della democrazia e dei diritti dell’uomo (e, gradualmente, anche della donna), le integrazioni regionali e continentali, gli scambi e le alleanze estesi a nuovi partner, spesso anch’essi del «sud» del mondo, e il maggior peso conquistato all’interno di vari fora internazionali dimostrano che il continente africano sta gradualmente – e neanche troppo lentamente – prendendo in mano le redini del proprio destino. Allo stesso tempo, a livello economico tale progresso è registrato da una crescita media del 5% dell’economia dei paesi africani, sempre più integrata nella nuova economia mondiale. Sebbene la globalizzazione e l’aumento degli scambi internazionali abbiano raggiunto un ritmo tale per cui, nonostante la crescita descritta, l’Africa partecipa solo in minima parte (tra il 2 e il 5%) al commercio mondiale, è anche pur vero che il continente nero è sempre più corteggiato dalle potenze mondiali, in particolare dalle neo-potenze quali Cina e India, e perciò potenzialmente attore a pieno titolo dell’economia internazionale. La questione rimane, che ogni attore deve imparare a giocare al meglio le proprie carte e rivedere, dove necessario, le proprie strategie di gioco…

Alla ricerca della «co-operazione» e dello «sviluppo»…

Mentre l’Africa cambia, il mondo si modifica a velocità sempre maggiore, e con esso il concetto di co-operazione internazionale allo sviluppo, il paradigma politico-ideologico-intellettuale che ha caratterizzato le relazioni tra il nord e il cosiddetto sud del mondo negli ultimi quarant’anni. Tre fattori, in particolare, ci obbligano a rivedere oggi questo paradigma:

 La cooperazione allo sviluppo è sempre meno separabile da altri settori, con la logica conseguenza che essa deve essere sempre più inquadrata nel complessivo approccio di politica estera di uno stato. L’ovvio tema delle relazioni commerciali, ma anche quello sempre più preponderante della sicurezza e del terrorismo internazionale ed infine le politiche ambientali e la questione del cambiamento climatico sono fattori che entrano con prepotenza nelle logiche di cooperazione allo sviluppo, un tempo considerato una specie di «campo neutro» (anche se i rapporti di co-operazione durante la guerra fredda non erano esenti dalle logiche dettate dallo scontro tra i due blocchi).

 Gli stati non sono più gli unici attori della co-operazione allo sviluppo internazionale: ad essi si aggiungono oggi sia le istituzioni internazionali (quali l’ONU e le sue varie agenzie, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale), sia attori non istituzionali quali le ONG, le fondazioni (non ultime quelle bancarie), le imprese, enti religiosi, la cosiddetta co-operazione decentrata (ovvero, gli enti locali). Questo implica una forte complicazione nella struttura della sovranità in materia di rapporti con i paesi in via di sviluppo. Assistiamo come conseguenza, da un lato, ad una difficoltà sempre maggiore da parte dei governi di gestire la destinazione degli aiuti e le politiche di cooperazione, dall’altra, ad un’influenza sempre maggiore di enti indipendenti rispetto ai governi statali, che con ingenti somme spostano facilmente alleanze e strategie politiche.
 Lo sviluppo è sempre meno inteso in senso strettamente economico come crescita del prodotto interno lordo di un paese, ma come sviluppo onni-comprensivo, che prende in considerazione tutti i fattori che influenzano la qualità della vita di un essere umano, quali la salute, l’educazione, la garanzia di diritti umani e di libertà, la possibilità di incidere sulle scelte politiche dei propri governanti, l’ambiente. Il concetto di “indice di sviluppo umano”, introdotto per la prima volta dal premio Nobel per l’economia Amartya Sen, presuppone che lo sviluppo vada misurato in termini di capacità di un essere umano di scegliere di vivere la vita che desidera vivere.

Dai tre fattori descritti, possiamo delineare un percorso dei rapporti tra il nord e il sud del mondo, ed in particolare con l’Africa, secondo una sequenza che si potrebbe riassumere in: colonizzazione, sfruttamento, aiuto, cooperazione, laddove l’ultimo stadio sembra essere vicino ma non ancora raggiunto. Nel frattempo, la fase precedente – quella dell’aiuto – ha rivelato tutte le sue debolezze, mostrando come essa di fatto perpetri sotto altre forme le fasi di colonizzazione e sfruttamento. La terminologia stessa utilizzata in questa fase è indicativa dei rapporti di forza: “aiuto”, “donatori”, “beneficiari”, abbelliscono con una falsa benevolenza e paternalismo un rapporto disuguale e di dipendenza strutturata, dettato dal fatto che il “dono”, l’”aiuto”, rimane sempre a senso unico.

La questione fondamentale oggi è di riuscire a passare all’ultimo stadio del percorso delineato dei rapporti con l’Africa, quello della cooperazione nel senso vero della parola, ovvero di un rapporto in cui i partner sono realmente sullo stesso livello, e in cui lo scambio e la solidarietà, quando avvengono, avvengono in entrambi i sensi. Axelle Kabou, sociologa camerunese, pone in rilievo

... passare al reale stadio della cooperazione ...

le responsabilità africane del mancato sviluppo del continente, spostando per la prima volta l’accento dalle evidenti colpe dell’occidente, che troppo spesso hanno portato ad una «vittimizzazione» dell’Africa e degli africani: “L’Africa non muore, si suicida in una sorta di ebbrezza culturale apportatrice solo di gratificazioni morali.” [1] La sociologa esorta l’Africa ad indagare dentro se stessa, a liberarsi dai complessi e soprattutto dalle giustificazioni morali, che continuano di fatto ad alimentare le tesi della “missione civilizzatrice dell’uomo bianco”, e quindi a riprendere finalmente in mano il proprio destino. Ma, mentre la studiosa pone in evidenza l’urgenza per gli africani di aprirsi allo sviluppo economico e alla tecnologia, seguendo in questo modo il sentiero tracciato dai paesi cosiddetti “emergenti” asiatici, in particolare la Cina e l’India, a noi sembra che la questione fondamentale sia di carattere innanzitutto politico, ovvero di quale forma di sovranità possa permettere alle ex-colonie di acquistare a pieno titolo una voce sul piano internazionale, che permetta loro di scegliere autonomamente il proprio sviluppo e la storia ancora da scrivere.

... continua qui

ARTICOLO TRATTO DA PIEMONTEUROPA, RIVISTA A CURA DELLA FORZA FEDERALISTA PIEMONTESE.

Fonte dell’immagine: World Wide Web

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Note

[1Axelle Kabou, E se l’Africa rifiutasse lo sviluppo?, L’Harmattan, Parigi, 1992.

Tuoi commenti
  • su 24 novembre 2017 a 11:45, di Cantoretoscano In risposta a: Dalla missione «civilizzatrice dell’uomo bianco» all’unificazione politica dell’Africa (I)

    I secoli di tratta degli schiavi in Africa non sono stati tre come riportati dall’articolo ma almeno dieci. L’eurocentrismo ormai completamente introiettato in noi non ci fa vedere niente di precedente ma almeno dall’anno 1000 gli arabi avevano cominciato ad utilizzare l’Africa Subsahariana come serbatoio di schiavi così come d’altronde facevano con gli stati cristiani del bacino mediterraneo. Senza contare la predazione di tutti i beni in quello che può essere definito un colonialismo pre europeo, quello tra l’altro che hanno fatto i popoli islamici medio orientali con l’India. Prescindere da questa storia toglie la base su cui si basa l’intera storia africana e che anche adesso si sta ripetendo con in tentativi di espansione verso le comunità cristiane ed animiste.

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